Ama e follemente ama e se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente
Il problema della crisi è che scoraggia ogni acquisto sopra i cento euro. E incoraggia invece qualunque spesa compresa tra i 12 e 26 euro e 99. Il risultato è una tragedia. Per i negozi e per le clienti.
I negozi si ritrovano a fine stagione con montagne di invenduto. Le clienti che prima si concedevano con leggerezza nuovi sandali o costumi o abiti a inizio stagione decidono di tenere duro e aspettare i saldi.
Nel frattempo cadono sulla strada della cianfrusaglie, quelle che hanno spopolato lo scorso Natale, secondo Confcommercio, e sono le uniche che tengono anche in questa estate primavera dove il problema principale non è cosa comprarsi, ma riuscire a tenersi il posto di lavoro.
Ma il punto è proprio questo. La paura di spendere fa più danni che mai e mostra la faccia più pericolosa del consumismo.
C'è un altro problema, però. Ed è che gli abiti (scarpe, sandali, costumi) paccottiglia hanno un pregio. A parte il prezzo che è davvero basso. Sono perfette copie delle collezioni lanciate dagli stilisti. Valentino incanta con il macramè? Tre giorni dopo compare la copia. Moschino lancia i golfini con le fragole. Tre giorni dopo le fragole saranno sui golfini dei negozi cinesi. Louis Vuitton lancia il bauletto? La copia è già pronta. E' un continuo omaggio, per non dire copia. Copie. Copie. Copie. Ovunque.
Per chi cerca di non spendere è una tentazione fortissima. Come comperare una pizza o un pasticcino che si vede da lontano che non sono buoni, solo perchè si sta morendo di fame.
Nessuno si illude che la qualità sia la stessa ma il colpo d'occhio, legato al prezzo fa sì che la cliente compri. L'abito omaggio a Valentino, il golfino simil Moschino, le infradito copia Chanel, il body omaggio a Dolce e Gabbana.
E basta una sola, maledettissima, giornata di shopping al tempo della crisi perchè arrivati a casa ci si ritrovi con una serie di acquisti sbagliati. Ma soprattutto con una collezione di scontrini da 12-20 euro e dintorni che sommati, però, danno un totale di euro sufficienti a comperare ciò che veramente si desiderava. A quel punto il danno è fatto. Il desiderio di risparmiare i soldi persi può innestare un circolo vizioso una volta dimenticate le montagne di paccottiglia fatte sparire per non morire dai sensi di colpa. Invece conviene non ripetere l'errore. E investire in scarpe che dureranno qualche anno, giacche che non si romperanno il giorno dopo e soprattutto in qualcosa di sudato del quale non venga voglia di sbarazzarsi appena arrivati a casa come la patina dorata di un gratta e vinci. Perchè i nonni hanno sempre ragione. Chi più spende, meno spende.
a.savini@laprovincia.it
Quante possibilità può avere la figlia di un cantante famoso come Eros Ramazzotti e di una mamma bellissima come Michelle Hunziker?
Un universo. Eppure Aurora Ramazzotti, racconta la sua mamma al settimana A, è nel bel mezzo di una crisi adolescenziale. Che la porta dall'euforia a una cupa disperazione. «Si vede grassa e dice che fa schifo e non vuole uscire di casa», racconta sempre la sua mamma. Scene che qualunque mamma, in qualunque casa, potrebbe raccontare.
Niente e nessuno può salvare una ragazzina dalle sue paure. Neanche una famiglia che le ha garantito un'educazione nelle scuole più prestigiose e chissà quali possibilità di crescita. Forse l'autostima è scritta da qualche parte nel patrimonio genetico. E' come avere gli occhi azzurri o gli occhi neri. E se è così. O ce l'hai o non ce l'hai. Di sicuro non aiuta vivere in una società che predica l'uguaglianza tra magri e grassi, ma di fatto condanna i secondi, glorifica i primi e di fatto, pur predicando il contrario, finisce per ritenere meno pericolose diete da fame dell'essere grassi.
Per cui è difficile spiegare a una ragazzina che è bella anche se ha le rotondità ancora impefette dell'adolescenza. E' difficile spiegarle che vale per quello che è, se è circondata da gente che disquisice dell'importanza di un sedere perfetto e di un giro coscia a misura. Eppure ci sono donne, anche famose, che vanno più lontano del loro specchio. E riescono a volare nonostante le loro misure (Rihanna, Jennifer Lopez e la non proprio magra Adele). E ce ne sono altre che sono filiformi, ma si portano addosso tutto il peso della vita e una solitudine nel cuore che vanifica la loro bellezza e la loro eleganza.
Vale per le donne famose e per le vicine di casa. Se l'autostima non è scritta nei geni, bisogna insegnarla a scuola. E bisogna insegnarla su due fronti. Da una parte, come succede nel programma Plain Jane, bisogna circondare la ragazza di una task force di truccatori, parrucchieri, stilisti e fare in modo che la sua bellezza esteriore sia al top delle sue possibilità.
Dall'altra, bisogna nutrire la sua anima e la sua resilienza, farle vincere le sue paure e dimostrare che può andare oltre. Se vince la paura del vuoto, del buio, del volo, di guidare, dei ragni, del confrontarsi con i ragazzi e soprattutto impara a domare un sedere grosso o un naso importante o cosce che non saranno mai magre, allora può fare tutto. Anche conquistare il ragazzo dei propri sogni. O sopportare che lui non sia d'accordo e cercarne un altro. Questo insegna la conduttrice di Plain Jane, Louise Reed. E forse bisognerebbe esportare la formula e farne una sorta di Amici. Una scuola di autostima. Che prenda per mano le ragazze a terra, in lacrime e dica loro: «No tesoro, tu non fai schifo. E adesso vieni che ti porto in una scuola dove diventerai bellissima e lo capirai da sola».
Le mogli hanno chiamato i mariti: «Vieni a vedere Sharon Stone a Amici». «Vedi, è orrenda. Sembra la nonna di se stessa».
I mariti hanno fatto le solite facce che fanno gli uomini quando le donne li esortano a riconoscere che un'attrice o una modella non sono belle.
Ma le donne hanno esclamato: «E' la rivincita delle brutte. Vado a letto felice».
Senza stare né dalla parte dei mariti nè da quella delle moglie, Sharon Stone da Amici sembrava, quantomeno, la zia di se stessa con tanto di scialletto su abito da sera.
Il problema non è Sharon Stone che essendo nata nel 1958 non può avere l'incarnato di Emma o di Alessadra Amoroso. Il problema è che la Sharon Stone che compare nella pubblicità di Damiani o di Dior non è la stessa che sedeva davanti a Maria De Filippi e da parte a Sabrina Ferilli.
Intanto perché la prima è una foto, attorno alla quale si sono avvicendati eserciti di esperti di immagine e la seconda è una donna di 54 anni.
E poi perchè quando il trucco del fotoritocco sparise, si vede. E allora si capisce come mai pur con tutti i milioni di dollari, i chirurghi estetici, i dermatologi e i visagisti del mondo a disposizione, la natura fa sempre il suo corso. E solo photoshop può distendere un foglio di carta accartocciato dagli anni.
Viceversa la Ferilli era la Ferilli. La stessa dello spogliarello della Roma, magari ritoccata, ma almeno uguale a come appare nelle foto. E forse i mariti esortati a dire quanto fosse invecchiata Sharon Stone, si sono fermati a vedere il lato B e il lato A della Ferilli. Una cosa aveva, però, Sharon Stone più degli altri. La professionalità, tutta americana. E la classe. Anche nel fare l'ospite e il membro della giuria.
«Il livello televisivo in questi anni si è abbassato sempre più. Una volta c'era Sordi. Ora uno guarda i soliti idioti e ride. Non si capisce perché. Non è che abbassare sempre più i pantaloni sia una moda. Ti impedisce di camminare».
E meno male che c è qualcuno che lo dice. Qualcuno - Diego Abatantuono - che ha fatto l'esatto contrario. È partito da Attila il flagello di Dio. E poi si è pettinato e raffinato nel corso della sua carriera. E ora si domanda, in un'intervista al quotidiano Repubblica, se non sia il caso di tornare ai tempi dei soliti idioti. La risposta è no. E meno male che c è qualcuno che lo dice. Così magari l'asticella si alza. E il Grande Fratello sparisce per sempre non solo per un anno perché aveva già rotto prima ancora di arrivare alla nona edizione. Tutta la tv ha abbassato l'asticella. E la grandezza dei varietà del sabato sera è stata persa in tempi ormai lontani. Cosa ci sia nel futuro della televisione italiana è incerto tanto quanto il futuro della società stessa. Ma almeno qualcuno che esclama guarda che stai perdendo i pantaloni, ti fa fermare a tirarli su.
Il problema è quando si scende dalla passerella. Le modelle da una parte. Gli abiti dall'altra. Fine dello spettacolo. Inizio della vita reale.
Le modelle si scioglieranno i capelli, si leveranno il trucco, sfileranno i tacchi e l'unica cosa che manteranno è la loro magrezza.
I vestiti finiranno nelle boutique degli stilisti che li hanno creati. E poi, grazie a quegli omaggi (copie) sempre più numerosi, invaderanno catene low cost, bancarelle del mercato e grandi magazzini.
Il punto è: se neppure le modelle, sottratte al team di truccatori, parrucchieri, sarte e perfino elettricisti che hanno sistemato al meglio le luci sopra le loro teste non saranno più le stesse delle sfilata, come potranno le persone normali diventare come le modelle in passerella solo indossando un abito?
E' questa la selezione naturale tra il capo nato per fare spettacolo e quello che arriverà davvero sulla strada. A volte non basta neanche una bellissima come Cristina Parodi a far rivivere la magia di un Blumarine anni Cinquanta nero, spruzzato di mimose gialle. Soprattutto se sotto si infila un dolcevita nero per tenere caldo alle braccia.
Che si tratti di un avvenimento speciale si capisce già dall'attesa. Un pendolo con i numeri romani e la scritta Louis Vuitton che scandisce il tempo. All'evento mancano. Toc. Toc. Toc. Toc. Toc. Toc
Si resta come ipnotizzati in attesa di un sogno che presto si materializzerà. E quando arriva il momento della collezione autunno inverno 2012-2013, il sogno è ancora più bello di qualunque aspettativa.
L'orologio è sopra un binario. La scena è al buio. Da una galleria esce il vapore di un treno antico e il suo fischio annuncia il suo arrivo. E quando la locomotiva esce alla luce inizia lo spettacolo.
Dal treno scendono le modelle, con cappelli enormi, tacchi e zeppe che risuonano come zoccoli di legno, pantaloni e cappotti. Tessuti preziosi e bottoni che sembrano gioielli. Broccati e ricami per un treno che ricorda più L'Orient express del Tgv. E infatti le signore hanno tutte un facchino personale. Un portaborse in livrea. E che borse. E che valigie. E che classe. E che sogno. Tra pelle e coccodrillo, ma anche Swarosky e strass, un sogno d'altri tempi. Si resta incantati dalla colonna sonora che assomiglia molto a quella di The illusionist e forse è proprio la stessa.
Il fatto di vivere nel 2012 e non nell'Ottocento, per fortuna, ha un pregio. Che le sfilate si possono guardare dal computer. Ed è come andare al cinema. Non deludono mai. Il problema è che non si può comprare tutto. E forse neanche una di quelle valigie portate dai fattorini. Ma ringraziare non costa niente. E se le creazioni di Marc Jacobs non sono alla portata di tutti, lo spettacolo offerto da Louis Vuitton, per fortuna, sì.
Tanto era bello «Le luci nelle case degli altri», tanto è deludente «L’amore quando c’era». Già il fatto di chiamarlo libro è tanto.
Ci sono un sacco di pagine bianche (su un totale striminzito di pagine). Il poco inchiostro versato riporta uno scambio di sms o email stringatissimo tra due che si erano amati 12 anni prima e non si capisce neanche cosa vogliano adesso. Nessun colpo di scena, nessun segreto che invogli a voltar pagina, neanche quello annunciato che dovrebbe tenere in piedi il libro (l’amato sembra più bello quando lo perdi). Niente della capacità narrativa della Gamberale, niente che faccia scattare il meccanismo di autoidentificazione della «Zona cieca». La Gamberale azzecca giusto le prime due righe, il suo credo, il suo mantra. «Io so solo che sto sempre male e chissà perché sono sempre infelice». Chi la conosce sa che lei è così, che ha sempre un male dentro e un solo uomo che arrivi ad aggiustarle il cuore. Ma se non aveva la storia di Porco Mondo poteva aspettare anche il prossimo anno.
L’amore quando c’era.
Mondadori Libellule
10 euro
91 pagine
Esagerati. Barocchi. Ridondanti. Eccessivi. Hanno detto bene loro, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, annunciando la loro collezione: opulenza. E romanticismo. Donne che sono Madonne. Abiti che sono da regine.
Chili e chili di perline, strati di pizzi, sovrapposizioni di colori. E poi merletti, ricami, drappeggi, strass, perle, corone, veli, gioielli, catene, collane, scialli, orecchini, cinture e lacci. E' come se su ogni singolo vestito fossero cadute le perle, i gioielli, se si fossero rovesciate sopra le scatole degli ornamenti, come se ogni singola donna fosse entrata in una vasca piena di gioielli e le fossero rimasti appiccicati addosso. Non c'è una sola calza, una sola gonna, un solo abito, una sola giacca, un solo polsino, una sola manica che non sia ricoperta da una quantità esagerata di ricami e decori preziosi. Come quelle Madonne sovraccariche di ex voto che vengono portate in processione. C'è tutta la loro Sicilia, la loro Palermo, il loro essere Dolce e Gabbana, i bustini e mutandoni alti, gli abiti neri e le scollature. Ma è come il rush finale dei fuochi artificiali. E' come se su ogni singolo vestito fossero sovrapposte le esperienze di ogni anno passato. Non solo i loro, ma anche quelli degli Italiani.
E' come se la loro storia fosse la nostra e come se la loro sfilata, con sottofondo di Sole mio e Funiculì funiculà, invitasse gli italiani a darsi una mossa. O almeno a vestirsi a festa e a andare in chiesa a pregare. E questo avviene nel momento in cui gli italiani sono più poveri che mai, almeno dal dopoguerra in poi.
La nuova collezione di Dolce e Gabbana ha un che di regale. Un'eleganza comune anche ai porporati a giudicare dai cappotti ricamati come i paramenti delle chiese. Non è solo il pizzo, stra meraviglioso, della passata stagione. E' di più. E' come se ogni vestito fosse la Cappella sistina e su ogni stoffa di avessero lavorato pittorie scultori. Altro oro. Altro colore. Altra materia. Il risultato è che si resta senza respiro. Incantati. Come alle processioni di una volta. Abbagliati da tutta questa ricchezza.
Finalmente. Finalmente qualcosa che distrae dai discorsi terra terra e grigi di tutti i giorni. C'è la crisi, è vero. Il momento giusto per sfoderare le armi. O i gioielli.
Anna Savini
a.savini@laprovincia.it
Il punto è che la mattina dopo, anche chi non ha visto il Festival non più voglia di domandare chi ha vinto? E se anche lo fa, non si trova il nome del vincitore in coro. Se uno fa la domanda, la risposta è una grande silenzio. Perchè la suspance poteva esserci quando in lista c'erano i nomi storici di Sanremo. Ma un Paese non si divide tra una seppure bellissima Emma, una Arisa e una Noemi. E tanto meno per i Carta e i Canu che le hanno precedute. Non è che non cantino bene o non abbiano belle canzoni. E' che un Paese, per dividersi, ha bisogno di qualcosa di più fossero anche la farfallina tatuata sull'inguine di Belen o le prediche di Celentano. Che, in ogni caso, anche un po' spelacchiato dagli anni resta sempre il re.
Primo perchè quando sorride, il Paradiso lo porta lui direttamente. E' lo stesso sorriso furbo di quando aveva venti o trent'anni e faceva svenire tutte le donne in Segni particolari: bellissimo. Secondo perché quando canta, che sia la Bibbia, il Vangelo o Ti penso e cambia il mondo, il tempo si ferma. E terzo perché c'è bisogno di persone che sveglino il Paese. Compreso quel piccolino (come si chiama?) che ha vinto la sezione giovani a 15 anni. Lui di canzoni di Celentano non ne conosce nessuna. Dovrebbe affrettarsi ad impararne qualcuna. Perchè magari vincerà un altro festival. Ma non riuscirà mai a dividere il Paese.
Anna Savini
a.savini@laprovincia.it
Ciò che ti salva nella vita non è un sorriso che da solo illumina la notte. E neanche una voce che ipnotizza milioni di persone. Fossero bastati questi due doni, Whitney Houston sarebbe ancora in vita con quel sorriso che squarciava il buio e quella voce che incantava il mondo. Ciò che ti salva dalla vita è avere qualcuno che ti protegga dall'accanirti contro te stessa fino a distruggere i tuoi denti, fino a spegnere la tua voce. Questo dono, Whitney Houston, non ce l'aveva. E da sola, senza un angelo custode, non riusciva a proteggersi. Era una di quelle persone che si lasciano accecare dalla propria fama o dai propri insuccessi, a seconda della fase della vita in cui sono.
E il paradosso è che la guardia del corpo che l'aveva resa famosa le sarebbe servita sempre tutti i giorni, anche fuori dal film, anche nella realtà. E non per proteggerla dai maniaci, ma per preservarla da se stessa, dai suoi demoni, dalle sue paure e dalle dipendenze nelle quali aveva cercato conforto e aveva trovato la rovina. Dicono che fosse colpa dell'ex marito, che l'aveva trascinata in una spirale di droga e violenza, dicono che fosse una morta annunciata. Dicono tante cose, quando qualcuno di bello, ricco e pieno di talento muore. Ma quel che non dicono è dove si impara cosa ti salva nella vita se non hai qualcuno che si metta a protezione tra te e il mondo, tra te e i tuoi demoni. Di sicuro non basta essere ricchi e famosi per scoprirlo, anzi spesso è il miglior modo per non scoprirlo mai. Perchè trovarsi in cima al mondo, con tutti al tuo cospetto, genera un effetto boomerang spaventoso. E quando le luci sono spente e tu sei solo una voce che esce da un I-pod, nessuno corre a pettinarti i capelli o a preoccuparsi della tua perfezione. E se tu non hai te stessa come migliore amica, è solo questione di tempo. "E' come assistere a un incidente e non poter far niente per fermaro", diceva la mamma di Amy Whinehouse. E la profezia non valeva solo per sua figlia.
«Tutto quello che indossa fa sold out in pochi giorni». La signorina che scivola nei vestiti del tutto esaurito si chiama Kate Moss, musa tra gli altri di LiuJo. I fondatori della casa di abbigliamento sono estasiati dalla sua capacità di far vendere.
Kate, classe 1974, ha un occhio che guarda a sinistra e uno a destra, le gambe storte, i denti asimmetrici e i capelli che non hanno mai visto una messa in piega. Eppure può indossare anche uno straccio sopra un paio di stivali di gomma e le sta bene. Se poi si infila in un mini abito di Lous Vuitton di pizzo e piume, perde anche quell'aria stropicciata che si porta sempre appresso e diventa di un bon ton che neanche Grace Kelly in Caccia al ladro.
Neo sposa di non si sa che numero di fidanzato (tra i tanti spicca Johnny Deep e un altro Johnny, Doherty, che l’ha portata sulla cattiva strada), è anche mamma di una bambina. Anche se ha l’aria da perenne adolescente anche se ha quasi 40 anni.
Con trecento copertine all’attivo, la modella inglese è passata indenne da uno scandalo che avrebbe ucciso chiunque, se non lei per prima visto che era stata fotografata mentre si iniettava eroina in compagnia di quel Doherty di cui sopra. Eppure è risorta, ripulita nel sangue, un po' meno in quell'aria così tanto «sono appena uscita dal letto» di cui è maestra. Icone fashion si chiamano, quelle come lei, nella moda. Solo che di solito sono Veneri inarrivabili come Naomi Campbell o Elle Mc Pherson che di soprannome, non a caso, faceva «The body» per la perfezione del suo corpo. Lei non è di quella bellezza lì. Non è la più bella della classe. Quella con il sorriso perfetto che illumina la notte e le gambe che fanno sognare. Lei è un finto modello. La guardi e dici: se ce la fa lei, posso farcela anch'io. E poi pazienza se le sue ginocchia ossute stanno bene con qualunque cosa. L’importante è l’illusione che comprando un paio di pantaloni di LiuJo il sedere assomigli al suo, che non è monumentale, ma piatto. Come il seno, praticamente inesistente. Eppure le hanno pure dedicato un libro. "Kate Moss Style, storia, segreti, immagini di un'icona di stile". Non che ci sia tanto da leggere nelle didascalie di Angela Buttolph. Ma c'è uno studio, accurato, di come si è evoluto lo stile della Moss che ama mixare di suo e che dà vita a ciò che indossa indipendentemente dalla bellezza o dal valore o dal pregio del capo. Ci sono quelle così, che rendono interessante il grigio e il marrone. Che si infilano un paio di pantaloni e li rendono super. Che scivolano in una gonna e resti a bocca aperta. Sono le amiche alle quali vorreste assomigliare. E poco importa che Kate Moss come amica magari non sia un granché. Però ha quel sorriso furbetto di chi te lo fa credere. Così come i suoi short con cinturone e stivali nel fango di un concerto fanno pensare che gli short stiano così a tutte (beata illusione, astenersi dai sedici anni in poi). Kate Moss detta la moda pescando dai mercatini cose che quando le vedi per strada inorridisci tanto sono orrende. Il problema è che lei può. E in questo potere sta la sua forza. Di far credere agli uomini che sia una fidanzata ideale perché a portata e alle donne il modello perfetto, sempre perché a portata. In realtà verrebbe più facile assomigliare a Grace Kelly con gli abiti e il parrucchiere e il truccatore giusto. Ma uscire dal letto vestiti come Kate Moss, beh, meglio guardarsi allo specchio prima.
a.savini@laprovincia.it
Ci sono sfilate che andrebbero dichiarate patrimonio nazionale dell'umanità. Andrebbero inserite tra le meraviglie del mondo e conservate in un juke box dei capolavori sotto la voce: felicità.
La sfilata di Blumarine con gli abiti della collezione primavera estate 2011-2012 è una di queste. Nel periodo di crisi più nera dove non si parla di altro che di spread alle stelle, Borse a picco insieme alle navi e al coraggio dell'umanità, Anna Molinari ha fatto qualcosa che definire strepitoso è poco. Ha riempito le sue modelle di fiori, frange, orecchini, braccialetti, cinturini, strass, cinturi, disegni, fantasia, tute, colli, capucci, collane di fiori. Arancio. Verde. Viola. Bianco che brilla come la luna. Nero che luccica come il mare di notte.
Sandali con le frange che si arrampicano sul piede e intorno alla caviglia. Così i piedi danzano, sembrano pupazzi, mentre le modelle camminano. Facendo dondolare i fiori che hanno alle orecchie o quelli che adornano le collane.
Un sogno, al ritmo di musica latina. Un ritmo che rimane nelle orecchie e come una specie di mantra scaccia via ogni paura.
Pari pari pa pa. Via il mostro del Paese in default.
Pari pari pi ri pi. Via l'incubo dei morti sulla Costa Concordia.
Pari pari pa pa. Via le lacrime e il sangue della manovra Monti.
Pari pari pi ri pi. Via i timori della recessione.
Bianca Balti di bianco vestita con mini abito e cappuccio sembra un angelo che riporta il pensiero lontano da quel color fango che quest'inverno ha monopolizzato perfino gli smalti. E la borsa arancione con le frange dei gonnellini hawaiani non è solo qualcosa che bisogna assolutamente comprare (perché in una sfilata così ci sono almeno 50 cose che bisognerebbe assolutamente comperare anche a costo di lasciarle nell'armadio e ammirarle ogni mattina), ma è anche un inno alla vita. Un richiamo al sole, non solo quello delle spiagge dove si potranno indossare le creazioni di Blumarine, ma al sole dell'ottimismo. Le svolte nella vita arrivano anche da messaggi come questo. Che vanno nella direzione opposta dell'austerity e del risparmio. Quando le cose vanno male, è il momento di tirare fuori la merce. E gli unici prodotti che funzionano nei tempi di crisi sono i sogni. Che siano quadrati come una tavoletta chiamata I pad o pieni di fiori, colori e frange come gli abiti creati da una signora che sembra una bambola, ma ha il talento di un gigante. Diceva Einstein: è in tempo di crisi che si dà il meglio. Aveva proprio ragione.
Pari pari pa pa.
Pari pari pi ri pi.
Anna Savini
a.savini@laprovincia.it
Per le strade ci sarà un'invasione di Panda. E i Suv si estingueranno come i Dinosauri. Le seconde case saranno messe in vendita. Le barche regalate agli amici. Le borse di Chanel e Hermés resteranno senza clienti in lista d'attesa. E le scarpe di Gucci e Prada rimarranno in vetrina.
La manovra di Monti ha seminato il panico. Non solo tra chi ha una pensione da fame e scopre che c'è bisogno anche dei suoi due soldi per salvare l'Italia. Ma pure tra chi i soldi ce li aveva, anche se si lamentava che non bastavano mai, e ora dovrà adeguarsi a questo regime stalinista che guarda nella tasche di tutti.
Ogni trasferimento bancario sarà radiografato, ogni spesa girata all'agenzia delle entrate. Chi gira su Mercedes e Bmw dovrà temere più la guardia di finanza che carabinieri e polizia. E una volta fermato dovrà render conto e dire da dove arrivano i soldi girati al concessionario per avere il fuoristrada o la station wagon. Vacanze, viaggi, sarà tutto schedato. E poi verrà chiesto conto: spendi tanto, possibile che guadagni poco? Un sistema di controllo che fa venire l'angoscia anche a chi non ha niente da nascondere visto che da sempre si trova con il prelievo di tasse in busta paga a fine mese.
Questo è il modo di salvare l'Italia mettere in riga tutti quanti, strozzarli con il prezzo della benzina come se fosse la prima volta che aumenta e non la centesima tappa una galoppata di rincari che l'ha fatta passare da 90 centesimi al litro a oltre 1 euro e 60 centesimi.
Meglio questo che avere i soldi carta straccia come la Grecia, certo. Ma ogni manovra, anche non del governo, sposta la rotta. Del mezzo guidato e di chi ci sta sopra. Il Paese cambierà di nuovo. Forse non andranno tutti a piedi come durante la crisi energetica degli anni Settanta, magari il mercato delle Fiat supererà quello delle auto tedesche. Gli italiani che fino a ieri sono stati disonesti o hanno un po' barato continueranno a trovare altri sistemi per fregare uno Stato che continuano a vivere come un nemico. Forse bastava arrivare prima che il Paese finisse in un reparto di rianimazione perchè al paziente moribondo le cannette e i tubicini si attaccano per dare ossigeno e nutrimento. Non per spremere quel poco sangue che gli rimane.
COMO C’è un modo infallibile per riempire i negozi. Mettere in vendita un capo a un prezzo stracciato.
Succede che la gente, fino a quel momento distratta da mille altre cose, si ritrovi di colpo concentrata su un unico obiettivo. Accade così che un cellulare, un televisore, un paio di jeans o un giubbotto che fino al giorno prima era solo uno dei tanti pensieri diventi una di quegli oggetti che bisogna assolutamente avere subito. Ieri è andata proprio così. C’era una coda che partiva da piazza Boldoni e arrivava in via Ballerini.
Sono arrivati tutti alla Coin con lo stesso obiettivo. Piumino Democratic, marca Napapijri, in vendita solo ieri a 10 euro. Solo che hanno scoperto di non essere soli. Erano in tanti gli aspiranti compratori e i piumini a disposizione solo cento (per gli altri prezzo pieno a 150). Così hanno dovuto fare come dal macellaio. Prendersi il numerino e aspettare. La vendita iniziava alle 11. La coda si è formata dalle 9 del mattino. Qualcuno ha pure protestato perché non tutti sapevano che c’era il tetto dei cento pezzi e restare esclusi per pochi numeri suonava come un’ingiustizia. E quando qualcuno si accaparra un piumino a dieci euro visto pochi poi lo vogliono a prezzo pieno. Oltrettutto il fine era pure benefico visto che una parte del ricavato delle vendite sosteneva il progetto “Inizia da te”, la sfida lanciata da Green Cross Italia agli studenti con una campagna di sensibilizzazione e informazione ambientale.
Comunque i piumini a prezzo stracciato sono stati spazzolati nel giro di un’ora. E la maggior parte delle persone in coda è rimasta senza, dopo aver fatto aspettato per niente. Nessun problema, tramontato l’oggetto del desiderio (quest’estate la stessa operazione era stata fatta con un paio di jeans) ne arriverà un altro, qui o altrove.
È la moda del momento.
Un giorno è l’I-phone 4 a metà prezzo su Groupon, un giorno è Donatella Versace per H&M, prima di lei era Jimmy Choo per H&M. Poi ci sono i sottocosto dei supermercati o delle grande catene di elettrodomestici, l’ultima a Roma dove la gente si è pure menata. Prima di Natale più di un negozio ha fatto il fuori tutto «per smuovere il commercio» e si è ritrovato con la gente intenta a scegliere tra targhette tagliate del 40-50 per cento. Scene che di solito si vedono durante i saldi. Solo che serve un sistema per far tirare fuori i soldi alla gente. E il sistema è il maxi sconto.
L’offerta provoca una sorta di follia collettiva come si vede nei video americani che mostrano promesse spose tirarsi i capelli per portarsi via l’ultimo abito da nozze a prezzi da mercato. Per questo basta mettere un cartello «fuori tutto», «sconti al 70», «sottocosto» e - magia - il negozio si riempie. E magari c’è anche la fila fuori.
Anna Savini
a.savini@laprovincia.it
Nella storia di questo libro, «Ascoltavo le maree», ci sono tre atti d’amore. Anzi quattro. Il primo Guido Mattioni, ex inviato del Giornale, lo riserva a se stesso. Da quando è andato in pensione, appena si alza al mattino, si veste e si prepara come se dovesse andare al lavoro «perché trova inaccettabile e irrispettoso verso se stessi ciondolare per casa in ciabatte e pigiama».
Il secondo è per la prima moglie, Paola «luce inesausta di ieri», che viveva a Varenna e ora non c’è più. Il terzo è per Maria Rosa «caldo sole di oggi», la seconda moglie, oncologa, che Guido ama come un ragazzino anche se sulla sua carta d’identità c’è scritto che è nato a Udine nel 1952.
Il quarto è per una città, Savannah, Georgia, di cui Mattioni si è innamorato perché è lì che è guarito dal «mal di ricordo» che la morte della prima moglie ha lasciato. «Ci sono stato 23 volte - ricorda -, quando impazzivo e sbattevo la testa contro i muri». Savannah ha ricambiato concedendogli la cittadinanza onoraria.
Il libro, molto americano, nel ritmo e nella descrizione dei luoghi, è in parte autobiografico e in parte romanzo. Ma in queste pagine c’è tutto il modo di essere del giornalista, l’eleganza, la ricercatezza delle parole, ma soprattutto la profondità dell’amore per le sue donne e per la vita.
Nella storia di questo libro, però, c’è ben altro aspetto, un percorso letterario rivoluzionario.
La casa editrice scelta da Mattioni, infatti, è californiana e si chiama Smashwords.com.
Il libro, che contiene anche una dedica all’«amica sorella Vicky», si scarica solo attraverso l’I-pad e nonostante questo sistema è già balzato in vetta ad alcune classifiche. La prima settimana era davanti a Moccia nella classifica Apple dei più venduti del settore Narrativa rosa contemporanea. Ora oscilla tra Moccia e Federica Bosco.
Così, dai pezzi di economia e politica del Giornale, Mattioni è passato a parlare un’altra lingua. Primo perché il libro è stato tradotto e pubblicato in inglese, grazie a parenti italo americani delle moglie, «così i lettori potenziali sono passati da 60 milioni a 2,5 miliardi».
Secondo perché si parla di nuove tecnologie e nuovi media:«Sono stato promosso nel Premium Catalog di Smashwords e di lì poi alle vetrine di Apple iBook Store, Diesel ebook store e Barnes and Noble. Poi ci sarà anche Kobo, giapponese». Prossima tappa: Nuova Zelanda.
Guido aggiorna gli amici di giorno in giorno autopromovendosi come fanno gli scrittori americani «indi», che sta per indipendenti. Ha già avuto recensioni un po’ dappertutto e ogni volta benevole, come quella di America Oggi, il giornale degli Italo Americani che ha titolato: «Pensione: il modello Mattioni vince a Savannah (Georgia)». Scrive Niccolò D’Aquino: «Guido Mattioni è la conferma di un fatto che ancora non in molti riescono ad apprezzare e sfruttare: e cioè che, andando in pensione, si possono spalancare le porte di una vita finalente libera e lavorativamente più soddisfacente di quando si era … schiavi».
Mattioni lavorava da 33 anni, ora ne ha 59. È stato mandato in pensione obbligatoriamente.
«Ho sempre amato il mio mestiere di giornalista - commenta -, meno che negli ultimi tempi in cui non mi ci riconoscevo più: troppe urla, troppi insulti, troppi colleghi con indosso una casacca di parte. Il pre pensionamento è giunto come una liberazione. Comunque, da inviato, ho già detto: pc e valigia sempre pronti, attesa di uno squillo di cellulare dalla direzione, preavvisi di norma minimi. Non lo farei più. Ho capito che cosa può essere di meglio la vita».
«L’idea del libro era nata dopo la morte di mia moglie quando Savannah e i miei amici di lì hanno rappresentato per davvero due o tre volte all'anno il mio approdo ideale, ma anche l'unico possibile». Aveva pensato di fuggire lì, ma ce l’ha fatta a rifarsi una vita a Milano, dove vive dal 1978 pur essendo nato a Udine. Questo libro è la prova che si può rinascere più di una volta, anche in vita. Anche dopo la pensione. A patto di non lasciarsi andare.
a.savini@laprovincia.it
There are three acts of love within the story told in the book “Ascoltavo le maree”. Sorry, they are almost four.
Guido Mattioni, former special correspondent of il Giornale, reserve the first to himself. Since he has retired he wakes up early in the morning and get dressed and ready as he should have to go working “because - he says - dowdling around home with slippers and pajamas it’s unacceptable as well as it’s disrespectful to myself”.
The second act of love is dedicated to his first wife, Paola - “endless light of Yesterday” - who was from Varenna and who passed away. The third act goes to his second wife Maria Rosa - “warm sun of Today” - that Guido loves just as a kid would, even if his ID card says he is born in Udine in 1952.
The four act of love goes to the city of Savannah, Georgia, that Guido fell in love with because it’s right there that he could recover from that “memory illness” left in his soul by his first wife’s death. “I’ve been there almost 23 times - he remembers - when I was getting crazy and banging my head against the walls”. And Savannah reciprocated, granting him with the honorary citizenship.The book - definitely “american” for its rhythm and places descriptions - is partly autobiographic and partly it’s a real novel. In these pages you can find the Author’s very personal behaviour, his grace, his refined style in using words, but first of all his depths in loving his women and his life.Yet, in the story of this book you can find another aspect, I mean a revolutionay literary path. In fact, Mattioni has chosen a publisher based in California, a company called Smashwords.com. And nevertheless his book - holding a dedication also to his “friend and ‘sister’ Vicki” - can be downloadable just on Ipad or tablets (but also on pc), it is now well placed in the highest rankings of Contemporary romance genre in some of the most important virtual libraries. One week ago, he had just got into the Apple’s “window” when he jumped from zero to the third place; right after Moccia’s last book but already ahead other three titles of the very popular italian Author. Now he is permanently in the first half of the list.That way, forgetting his former articles about Economics and Politics, Mattioni now speaks another language. For one thing because his book, thanks to a couple of his wife’s relatives, have been translated and published in English as well - “ so the number of my potential reader went up from 60 millions to 2.5 billions” - and for another because we are talking about new technologies and new media. “I’ve been upgraded to the Smashwords Premium Catalog and from there to the virtual shelves of Apple iBookstore, Diesel ebook store and Barnes and Noble. Then will come Kobo, recently acquired by a japanese company”. Next stop: New Zealand.Day by day Guido keeps his friends updated making his self-promotion like any other american “Indi” writer (Indi stands for independent). He has already been reviewed more or less allover, and always positively. As for example America Oggi - the italian american daily newspaper printed in New York - did under this title: “Retirement: Mattioni’s model wins in Savannah”. Wrote Niccolò D’Aquino: “Guido Mattioni is the validation of a fact that just few are able to appreciate and fulfil: the fact that when you retire you can throw open the doors of a life free, at last; and definitely more satisfying if compared to the previous one, when we were… slaves”.
Mattioni has been working 33 years as a journalist. Now he is 59. He has been mandatory retired.
“Unless the last times, I have always loved my job - he remarks -. I could no more see myself in that kind of journalism: too much screaming, too many insults, too many colleagues wearing a partisan jacket. The early retirement has come as a relief. As a special correspondent I always had to have my pc and my suitcase ready to go, waiting for a cell phone call with very short notice. I wouldn’t be able to do it any longer. Now I understad that life can be definitely better than this”.
“The idea of writing this book came right after my wife’s sudden death, when two or three times a year Savannah and my local friends had become my safest landing, but also the only one”. He had even dreamed to escape there, but he was able to to rebuild his new life in Milano where he - born in Udine - lives since 1978. His book proves that’s possible to come back to life more than once, during our life. Also after your retirement. Provided you’ll not let it get you down.
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