In Linea di Massima

Ama e follemente ama e se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente

Perfer et obdura, dolor hic proderit olim

Vivere è il mio castigo. Non so vivere. Ogni volta che voglio vivere scrivo

La bellezza è verità
La verità bellezza
Questo è tutto ciò che vi occorre sapere

  • di A. Savini

Il vivi-muori-ripeti di Tom Cruise

e il vantaggio di non ripetere l’errore

Giu 01 2014

Vivi. Muori. Ripeti. Vivi-muori-ripeti. Vivi-muori-ripeti. Migliora. E’ il sogno di tutti, o almeno di chi sbaglia sempre. Tornare indietro e rivivere daccapo il futuro. Evitare l’errore, farne un altro. E di nuovo ritornare indietro per riprovare a non sbagliare più. Tom Cruise lo fa per tutto il film Edge of Tomorrow. Deve combattere una guerra con i mostri e salvare il mondo. Il giorno della battaglia uccide un mostro Alfa e si ritrova con il potere di resettare il giorno. Ogni volta muore e rinasce il giorno prima. Si risveglia sempre allo stesso posto, destinato a rivedere le stesse scene, ritornare in guerra e morire per un altro mostro. Ma a ogni morte diventa sempre più forte, sempre più furbo, sempre più addestrato. E da codardo pronto a disertare si trasforma in salvatore del mondo.

Funzionasse cosi anche nella vita si potrebbero evitare tutti i litigi, risanare tutte le fratture, ricucire tutti i rapporti rotti e farsi perdonare. Sapendo come va a finire si troverebbe un modo per farlo andare meglio. Un giorno solo forse è un vantaggio di poco conto per il lavoro e la carriera, ma un giorno solo è fondamentale per chi parla senza contare fino a 10. E da quel giorno in avanti si pente tutta la vita. Non avendo la possibilità di resettare il giorno cancellando la memoria di chi se l’è legata al dito.

Anna Savini

Un po’ d’ordine a tavola

È una questione di look

Mag 29 2014

Ha ragione la giornalista Natalia Aspesi quando scrive che una donna è libera di invecchiare e ingrassare senza ritrovarsi demolita sul giornale (dell’ex marito) da esperti che le spiegano come tornare in forma. Ma se la signora Veronica Lario (già signora Berlusconi) avesse prestato un po’ più attenzione all’abbigliamento e ai capelli non sarebbe sembrata trasandata e i commenti, forse, sarebbero stati meno malevoli. Quel che le è successo sembra riservato a chi,come lei, vive perseguitato dai paparazzi, ma insegna grande lezione di bon ton. Quando si mette un piede fuori di casa, anche solo per andare al bar a bere un caffè o al ristorante a mangiare una pizza, si finisce sotto osservazione. Imporre la propria sciatteria al vicino di tavolino è una caduta di stile, molto più grave del sovrappeso e delle rughe.

Anna Savini

L'illusione del Grande Gatsby

Mag 19 2013
«Lei deve solo dirgli che non lo ha mai amato e tutto tornerà come prima». Leonardo Di Caprio nei panni del Grande Gatsby ci crede, al ritorno del passato. Anche se il suo vicino lo mette in guardia («Il passato non torna mai»), Gatsby ci crede. Per cinque anni ha aspettato l'amore della sua vita e ora che ha ritrovato Daisy, si illude che lei lasci il marito. Un marito che la trascura e la tradisce. Ma il Grande Gatsby non sa che in quella coppia ci sono cose in cui lui non potrà mai entrare, come il marito, riprendendosi la moglie, gli grida in faccia. Anche se tutto, a Gatsby, fa pensare il contrario, Daisy non è pronta a lasciare il marito. E non lo fa. Anzi, Gatsby cercando di portagliela via, finisce per farli riavvicinare. Alla fine muoiono loro. Gli amanti. Quella del marito e Gatsby. «Con la vostra non curanza vi perdete nelle vostre ricchezza distruggendo gli altri». Il pensiero del vicino, unico rimasto al funerale di Gatsby, non arriverà a Daisy e al marito, impegnati nella loro nuova vita. Un regalo del grande Gatsby.
Anna Savini

I saldi che non finiscono mai

Apr 02 2013
Fosse un altr'anno e non quello della crisi, stivali e abiti invernali dovrebbero essere già spariti dalle vetrine da un bel pezzo. Esauriti, ai tempi magici quando i saldi si facevano con gli avanzi delle precedenti stagioni. O in partenza in stock per qualche outlet. Invece in molte vetrine sono ancora lì, a fianco dei sandali e delle ballerine, scontati dal 50/60 per cento e anche così invenduti. Neanche il freddo ad oltranza che ha caratterizzato questa primavera è riuscito a spingere il fuori tutto. Perfino sui siti delle grandi griffe c'è ancora il link ai saldi. Che in qualche caso hanno prezzi ancora più impossibili dei nuovi arrivi. Quindi non si compra. Ma si vende. I mercatini dell'usato sono gli unici con la coda fuori dal negozio. Le case sono piene di acquisti sbagliati di quando i soldi c'erano, venivano spesi se non con leggerezza, almeno con la gioia di fare un nuovo acquisto. Scarpe con tacchi impossibili che sembravano portabili solo nel momomento dell'acquisto. Completi di biancheria intima scomodi, comprati e infilati nei cassetti con ancora il cartellino del prezzo. Borse firmate ricevute in dono ma mai apprezzate. Finisce tutto in conto vendita a prezzi ridicoli. Se qualcuno compra si pagano bollette, benzina e spesa. E chi compra ha speso poco e ha pochi sensi di colpa.
Anna Savini

Il mistero delle scarpe con il tacco

Mar 22 2013
Chissà perché, provate nei negozi, le scarpe con il tacco alto non fanno mai male. Anzi, più si tengono ai piedi, più sembra di poter camminare fino in cima al mondo, tanto sono comode. Probabilmente il desiderio di averle anestetizza e, davvero, in quei pochi minuti che servono per dire: «Si le compro», i piedi non fanno male. Forse è anche autosuggestione, fingere di non sentire che le dita stringono in punta perchè stanno scivolando troppo avanti. Così si cercano conferme nella commessa che ovviamente condivide il fatto che saranno più comode di un mocassino. Anche se la commessa storce il naso, la voglia di comprare un grattacielo dal quale dominare il mondo prevale. E alla fine la carte di credito viene strisciata. Solo a casa, davanti allo specchio per la prova finale, il dolore si manifesta con tutti i suoi acuti. Le dita avvisano subito di essere state traumatizzate. E faranno pagare quei pochi minuti di posa innaturale per tutto il giorno anche se, sfilati i tacchi della meraviglie, si affronta il resto della giornata in scarpe da tennis. Così, anche dopo aver giurato alla commessa che no, queste pump non finiranno nell'armadio con tutte le altre follie tacco 12, le scarpe finiscono esattamente lì. Da qualche parte dell'armadio per essere ammirate, provate ogni tanto per sentirsi alte come una modella e poi sempre lì riposte. Giurando «non comprerò mai più scarpe con il tacco», fino al prossimo irresistibile innamoramento per una scarpa bellissima. E importabile.
Anna Savini

Educazione Chanelliana

Mar 22 2013
Da Chanel c'è la coda. Per comprare e per pagare. La crisi non arriva ai portagli dei ricchi dei nuovi mercati emergenti che comprano, senza guardare il cartellino, un sogno di giacca da 7.500 euro. La scena l'ha vista una di quelle signore che collezionano borse Chanel mentre, appunto, faceva la coda per pagare nonostante la sua borsa fosse già stata messa da parte. La signora si è sorpresa per la rapidità con la quale la cliente davanti a lei, con accento misto russo inglese, ha detto, dopo aver provato la Chanel: «La prendo». Beata lei. Che magari arrivava davvero dalla Russia o magari era di Taiwan come la turista che un mese fa aveva perso la borsa (Chanel) a Bologna. L'aveva trovata una studentessa che, senza neanche aprirla, aveva portato la Chanel alla polizia. Dentro c'erano 13.500 euro. La sua onestà è stata premiata dalla signora di Taiwan con 5000 mila euro. Mentre l'Italia soccombe a una crisi che non si vedeva dal Dopoguerra e apre ogni giornata con nuovi cassintegrati e disoccupati, una parte del mondo può permettersi un'educazione Chanelliana. Vestiti Chanel è facile stare alla larga da gratta e vinci e slot.
Anna Savini

Django, Tarantino e la Libertà

Gen 21 2013
Una sola parola. Django. «The D is silent». Tutto quello che c'è da dire su Django - che è un film bellissimo, che va visto assolutamente al cinema, che va comprato e rivisto dieci volte in Dvd - l'ha già detto Tarantino. Che ha riempito le sale americane prima ancora che il passaparola facesse effetto. Tre ore di film, tre valori (libertà, amicizia, amore) attorno ai quali volano miliardi di proiettili e colano litri di sangue.
Tutti i cattivi muoiono, anche un buono in realtà, doctor King, il dentista, il cacciatore di taglie che restituisce la libertà a uno schiavo. Gli leva le catene e Django diventa Django unchained, un uomo libero. Quando i bianchi del Mississipi lo vedono arrivare a cavallo, restano a bocca aperta. «Non hanno mai visto un nero a cavallo». Non hanno mai visto un nero che si ribella, aiutato da un tedesco con un vocabolario forbito (Christoph Walt il cattivo di Bastardi senza gloria) che ha molto più cuore di quanto non sembri in partenza. Il resto è Tarantino. Sangue e spari e colonna sonora da urlo fino a quando Django non si riprende la moglie. Libera pure lei.
Non c'è niente da dire su Django, solo che bisogna andare a vederlo. Perchè Jamie Foxx (Django) che si libera dalle catene e si scuote di dosso la coperta da schiavo è una scena che vale tutto il film. Anche per chi non ama Tarantino e gli spaghetti western all'Italiana al quale il regista americano si è ispirato per il suo film.
a.savini@laprovincia.it
Anna Savini

Robert Redford non sbaglia mai

Dic 31 2012

E' tornato il grande cinema, strilla la pubblicità. E stavolta, ha ragione. "La regola del silenzio", titolo originale in inglese "The company you keep", è un capolavoro. Non solo perchè è un grande film, ma perché è un film di quelli che una volta erano la regola e oggi sono l'eccezione. I tempi, i dialoghi, le luci, la storia, i colpi di scena, gli attori, il finale. Tutto funziona a meraviglia.
Robert Redfort arriva dalla vecchia scuola, e si vede. Alla regia è incalzante anche se ora cammina lentamente con passo da vecchio. Come attore tiene la scena alla grande nonostante non sia più giovane come ne La Stangata. Il risultato è che La regola del silenzio è un film bellissimo. Non un film che piace a qualcuno e qualche altro no. E' un film bellissimo e basta. E' esattamente ciò al quale tutti dovrebbero puntare mentre fanno il loro lavoro. Che sia un film, un libro, una foto, un articolo, un taglio di capelli, una torta, un abito, un pao di scarpe, una pizza, un panino, un'auto o una cucina, il risultato dovrebbe essere sempre quello. Piacere a tutti. perché la bellezza salverà il mondo e questo mondo ha bisogno di essere salvato.
PS Parlando dei vecchi tempi con un professore un tempo terrorista, Redfort nel film non risparmia una frecciata a Facebook. I giovani applaudono le gesta della nostra marcia - dice - ma poi tornano a scrivere su Facebook. Forse i giovani avrebbero bisogno di vedere La regola del silenzio. Per capire cos'è il bello assoluto e aumentare i mi piace al film che, guarda caso, sul libro delle facce sono proprio pochissimi.   

Anna Savini

Come spendere centomila euro al giorno

Dic 29 2012
Centomila euro al giorno. Eh. Mmm. CENTO MILA EURO al giorno. Perfino giocando ad averli, senza averli davvero, perfino facendo finta di essere la ex signora Berlusconi per un giorno, la risposta su come si possono spendere non viene immediata.
Perché se lei è sorpresa per i 3 milioni di euro al mese che l'ex marito dovrà versarle per tutta la vita, figurarsi quelli che fanno fatica anche a vedere centomila euro tutti insieme.
Tutti vogliono diventare miliardari, ma l'ipotesi è talmente remota che la lista dei sogni, di solito, si ferma a una casa bellissima, un'auto di lusso e al giro del mondo. Ma quando si ragiona su centomila euro al giorno si parla di soldi a sufficienza per polverizzare la lista dei sogni già a inizio mese. L'esatto contrario di quelli che fanno fatica a far durare uno stipendio, se ce l'hanno, fino al 30. Intanto Veronica Lario potrebbe sfamare, a scelta, un numero imprecisato di bambini del terzo Mondo ai quali basterebbe un euro al giorno a testa per nutrirsi. A diecimila al mese potrebbe badare con la stessa facilità con cui una persona normale lascia un euro ai poveri agli angoli delle strade. E' vero che la signora è abituata a farsi portare la colazione in montagna come fece con i camerieri di Pierino Penati dopo aver chiesto il permesso ai volontari della chiesa di San Pietro al Monte. Ma come ha insegnato la mamma dei fratelli Marciano (i fondatori della marca Guess): «Ricordatevi che per quanto ricchi possiate diventare non si può mangiare più di due volte al giorno e dormire in più di un letto per volta». Quindi, alla fine, centomila euro al giorno tutti i giorni finiscono per annullare tutti i sogni. Ogni sogno è a portata. Si può cambiare guardaroba a ogni stagione, fare il giro del mondo ogni mese, cambiare l'auto di continuo e farsi servire e riverire in eterno. Ma toujours pernix, che noia. Forse la signora stava meglio quando era più povera e un po' più felice. O almeno conviene pensarlo a chi centomila euro al giorno (e neanche all'anno) non li avrà mai.
Anna Savini

Grazia e il nuovo direttore

Dic 16 2012
Prima il nuovo Grazia. Poi l'addio del vecchio direttore. E adesso il nuovo direttore di Grazia. Per chi considera Grazia una Bibbia del lusso, sono tre colpi secchi al cuore. Perchè anche se il mondo va in rovina, i sogni delle donne restano sempre gli stessi. Scarpe. Da urlo. Abiti. Da sogno. E donne bellissime con scarpe da urlo e abiti da sogno, perfette il tempo di una foto. Sognando un uomo che non è quasi mai perfetto.
Grazia è un giornale che ha come missione «portare i clienti nei negozi»  come ha dichiarato Vera Montanari, a La Provincia quando era ancora direttore di Grazia. Se un giornale così cambia pelle, è una tragedia.
Non va bene niente. La grafica, il carattere della nuova grafica. L'impaginazione delle rubriche, la posta del cuore che non è più in ultima pagina. Soprattutto stonano i servizi realtà, su chi vive in 80 metri quadrati, su una mamma che partorisce in casa, su chi guadagna più del marito. Le foto di persone normali alternate a quelle di modelle perfette sono fuori posto. Eppure questa è la strada tracciata dal vecchio direttore e seguita dal nuovo, Silvia Grilli. Che si presenta con una bambina bellissima in braccio. E lascia che una delle sue giornaliste racconti il suo ingresso in redazione, al suo primo giorno di lavoro, con mamma, figlia e tata al seguito.
Un giornale che cambia abito è come un marito che compare con i capelli rossi, se li ha neri, ricci se li ha lisci, senza capelli se ne aveva una montagna e tutto a un tratto gira per casa in ciabatte. Ma è esattamente lì che si vede il vero amore. Se, chiudendo gli occhi sulle pagine «ciabatta», si riesce a vedere di Grazia solo la sua firma. Quel lusso che fa sognare. Chanel, Dior, Moschino. Ohhhhhh.
Dolce e Gabbana, Louis Vuitton, Hermès. Ohhhhh.
Prada, Gucci, Armani. Ohhhhhh.
Un sogno via l'altro. Tacchi, trucchi, rosso e biondo.
Quello che porta le donne in edicola a comperare il giornale e quello che porterà le donne nei negozi a comperare scarpe da urlo e abiti da sogno. Anche al tempo della crisi. Questo, per fortuna, su Grazia c'è ancora.
a.savini@laprovincia.it
Anna Savini

Agassi e la storia delle famiglie oppressive

Nov 28 2012

Il libro di Agassi è il miglior modo per far pace con la propria famiglia. O almeno rassegnarsi e scoprire che non si è da soli. Tutte le famiglie sono uguali. Oppressive, opprimenti, soffocanti e ossessive. Con la scusa che, alla fine, lo fanno per il tuo bene, i parenti sono i più grandi nemici che ciascuno di noi possa avere sulla faccia della terra da quando nasce a quando muore.

Da un estreaneo ci si può difendere, ma da un padre irascibile e violento che vuole trasformare un bambino in un campione di tennis no. Da un nemico si può anche fuggire, ma non da un padre o una madre che hanno deciso di far di te il prolungamento della propria vita. Se un genitore si fissa e vuole che un figlio diventi migliore di lui, è la fine. E' la fine perchè non vede il figlio. Ma quello che deve diventare per riscattare il padre.

Agassi ha un modo di raccontare distaccato così la sofferenza che ha dovuto patire per giocare contro il drago sputapalle inventato dal padre si sente ancora di più.

Non odia il padre, odia il tennis. Ma il padre e il tennis sono la stessa cosa. Uno l'ossessione dell'altro. E Agassi li teme entrambi. Agassi diventa un soldato già dall'asilo. Un soldato su un campo da tennis. L'unico modo per farsi volere bene dal padre. E, anzi, come scrive lui “ l'unica alternativa possibile”. Gioca a tennis perché non gli hanno permesso di fare altro. Ma non è come Sampras al quale ha sempre invidiato «la sua ottusità». Agassi si massacra di ragionamenti, più ancora che di allenamenti imposti dal padre. Non riesce a smettere di pensare, forse proprio perché suo padre vorrebbe impedirgli di farlo. La mamma di Agassi è come tante mamme. Sta sullo sfondo con la sua dolcezza. Sopporta il padre e anzi pensa che sia fatto così e vada accettato, lavora tutto il giorno e la sera si sdraia a letto con un libro o il puzzle. Dalla mamma Andre Agassi erediterà la dolcezza e la donna che gli farà far pace con la vita è Stefy Graff. Quando lui scende in campo, con la sua schiena rotta e i piedi massacrati dai calli  fasciati da un fisioterapista, lei lo guarda come se volesse dirgli un sacco di cose. Ma ne dice una soltanto: «Vai e fagli vedere chi sei».

«Questo è il motivo per cui ho finito per dipendere da mia moglie più dell’aria». C’è sempre qualcuno che ti fa far pace con la tua famiglia. E a quel punto rinasci, come è successo ad Agassi. Resta solo da vedere cosa scriveranno i suoi figli di lui. Che non è violento, che dell’Iran ha sentito solo parlare il padre, che è diventato miliardario grazie al tennis. Ma è sempre un padre. Quindi vulnerabile. Perché è volendo il bene dei propri figli che si sbaglia.  Magari si lamenteranno solo del fatto che aveva la schiena troppo rotta per abbassarsi ad abbracciarli. Ma di qualcosa si lamenteranno. I padri di cui i figli non si lamentano mai si contano sulle dita di una mano. E a volte basta un solo dito.

 

Anna Savini

Una settimana da poveri

Nov 25 2012
Con il bancomat smagnetizzato e la carta di credito che ha raggiunto il tetto, una settimana da poveri può capitare a tutti. Succede, di solito, dopo un mese da ricchi strisciando la carta di credito ovunque come se fosse una manciata di Prozac da ingoiare. Più la crisi diventa cruenta, più spendere fa star bene. Più i negozi chiudono per mancanza di clienti, più ogni acquisto si trasforma da peccato a opera di bene. Più si allunga la lista di disoccuppati, più comprare qualcosa sembra un antidoto al veleno del lavoro che manca. I disoccupati e i cassa integrati e gli esodati non sono numeri ma i nostri vicini di casa, i nostri amici magari, a volte perfino parenti. Persone che ieri avevano un lavoro e oggi l'hanno perso. Ma il mutuo o l'affitto devono pagarlo lo stesso, i figli li devono mantenere ugualmente, le bollette e le tasse le devono onorare comunque.
Ecco, chi ha ancora il lavoro si sente privilegiato e allo stesso tempo soffoca per le sorti altrui. Spendere diventa una terapia, automedicante, certo, ma anche collettiva. Visto che nei negozi lavorano persone, le stesse che potrebbero perdere il lavoro o chiudere bottega se le vendite continuano a crollare. Per non parlare di chi produce e potrebbe trovarsi da un momento all'altro in una ditta ieri florida e oggi in fallimento.
Ecco aiutare l'economia è divertente, ma controproducente.
I conti della carta di credito strisciata finiscono sul proprio conto, non su quello di Monti e dei suoi ricchissimi ministri. E alla fine la carta dice stop. A quel punto, con i pochi spiccioli nel portafogli, i buoni pasto, gli sconti a punti dei supermercati, i prestiti da mamma e sorelle, inizia la settimana da poveri. E le scene ai supermercati, facendo stornare il superfluo, creano panico. Chi segue in fila inorridisce. Le cassiere sono di una gentilezza esagerata, quando non spazientiscono contando i centesimi che ancora non bastano per arrivare al totale.
Ma chi sta dietro reagisce come se avesse di fronte un appestato. Nessuno è abituato alla povertà. Nè chi è povero per una settimana né chi lo diventa di colpo perdendo il lavoro. E' questa la cura alla quale dovrebbe pensare il Governo, aiutare i poveri. Non continuare a crearne per cercare di salvare un Paese, fatto di persone che stanno soccombendo.
Anna Savini

il bianco e il nero

Ott 04 2012
Le righe di Moschino. Gli scacchi di Louis Vuitton. Il bianco e il nero. La luce e il buio. Il giorno e la notte. La vita e la morte.
E soprattutto l'ordine. Delle righe. Degli scacchi. Degli opposti.
Ogni volta che ti abitui a una moda, la moda cambia.
E ribalta le prospettiva.
Via le borchie, via i teschietti, via le catene.
Addio al barocco esagerato di quest'inverno che mette la gonna sopra i pantaloni, i paramenti da chiesa sugli stivali, gli ornamenti delle Madonne sulle donne normali, le decorazioni da torta nuziale sulle scarpe Luigi XIV di Prada, Louis Vuitton e Dolce e Gabbana, il nero sul nero e sul nero e sul nero che ammazza perfino l'eleganza di Valentino.
Pulizia. Ordine. Rigore. Contrasti.
Ecco il futuro appena si scioglierà il nero dell'inverno. Direttamente dalle passerelle spaziali, di Moschino. Righe ovunque, su abiti cortissimi tagliati anni Sessanta. In testa alle modelle caschi bianchi da vigile e ai piedi sandali gioiello. Bianco e nero, nero e bianco. Tutto da comprare per avere un armadio come una centrifuga di righe.
Un ordine che porta allegria.
Proprio quello che ci vuole.
Un ordine, comunque.
Se tutti, la prossima privavera, si convertissero all'optical riuscirebbero a colorare le strade di bianco e nero. Quadri e righe.
Niente di nuovo, ma un ritorno al passato. Un passato dove non ci si perde in fronzoli e si sa dove stare. Sul bianco. O sul nero. Esattamente quello che non si riesce a fare in questo inverno dove di troppo ci sono solo i vestiti barocchissimi. Perchè per il resto mancano i soldi per comprarli e anche solo per sognarli.
La nuova moda porta speranza. E un nuovo sogno da inseguire. L'armadio pieno di scacchi e righe. Il cassetto pieno di soldi. La vita piena di ordine

a.savini@laprovincia.it
Anna Savini

La moda delle nonne

Set 09 2012
«Prego per i giovani», ha detto Robert Redford in versione nonno al Festival di Venezia. Ma i giovani hanno un sacco di risorse e sanno un sacco di cose anche senza guardare a Hollywood. Perché i giovani contano sui loro, di parenti con i capelli bianchi. E le nonne, oltre a pregare anche più di Robert Redford, sanno un sacco di cose. Perché sono state giovani e si sono fatte furbe. E sotto quel reticolo di rughe che segna i loro volti, e sotto quei capelli bianchi rimasti sulle loro teste, c'è un mondo di saggezza. Di sbagli ne hanno fatti tanti, ma nessuno è stato vano. Gli errori sono serviti per studiare strategie che adesso trasmettono ai nipoti. E siccome nonni e nonne hanno imparato a loro volta da qualcuno, la loro psicologia si è fatta più affinata. Non parlano di ordini o divieti. Parlano di territori di conquista. Nel lavoro, nell'amore e nella vita. E in questo modo conquistano i cuori dei ragazzini di casa. Se gli uomini diventeranno più educati, maturi, responsabili e consapevoli sarà merito della loro nonna che avrà insegnato loro come comportarsi con le ragazze. Se le ragazze smetteranno di piangere per gli uomini sbagliati è perchè, certe cose, gliele avranno insegnate i loro nonni.
E se nello sconforto generale sui cui sembra essere sintonizzata la vita in questi mesi saltano fuori ragazzi e ragazze pieni di pregi e galanteria, trovarseli davanti è una sorpresa. E' vero. Ma poi arriva la frase che svela il segreto e si capiscono tante cose: «Come diceva sempre mia nonna». La stessa nonna che guardava Robert Redfort da giovane e non si può dire davanti ai ragazzi cosa pensava di fare con lui. Sarà per quello che Prada ha saccheggiato tutto il loro guardaroba e Louis Vuitton ha fatto lo stesso. Vestite da nonne le ragazze saranno più sexy e sagge che mai. E l'inverno sarà un po' meno freddo e un po' meno lungo del solito. «Fieno in cascina». Come dicevano i nonni.
Anna Savini

Mezzogiorno di fuoco. Per una vecchia bici

Ago 21 2012
Il ragazzo con la camicia bianca maniche lunghe è seduto all’ombra sui gradini della banca Carige in via Plinio. Appoggiata al muro una vecchia bici bianca, mezza scassata. Il termometro segna 37 gradi. Non si sente niente, neanche la voce dei turisti. Solo i rintocchi di mezzogiorno risuonano nella domenica torrida. Il sole schiaccia contro l’asfalto. Il ragazzo con la camicia bianca guarda nel vuoto.
Poi, all’improvviso, succede il finimondo.
«Dove hai preso quella bici?», gli urla il signore, che ha 80 anni, vive in viale Giulio Cesare e si chiama Benigno Bersan.
«Me l’ha lasciata un mio amico», risponde il ragazzo che si chiama Sevket Erbem, ha 18 anni, è di origine turca ma parla italiano alla perfezione e vive in centro.
«Chi ti ha detto di prenderla? Dove l’hai trovata. È mia chi ti ha dato il permesso di prenderla?».
«Ma non l’ho presa io - si difende il ragazzo -. L’ha presa un mio amico. Mi ha detto di curarla? Poi cosa vuoi, non ha neanche il lucchetto».
«Come ti permetti, chi ti ha detto di prenderla. L’avevo lasciata a San Donnino, torno e non la trovo più», va in crescendo il signore che alla fine si china sul ragazzo come se gliele volesse dare.
«Come si permette? - si alza in piedi di scatto Sevket -. Alzare le mani? Neanche mio padre alza le mani su di me.Come si permette? Poi non vede che la bici è un rottame».
«Ma a me va bene perchéla uso».
Ituristi sotto ai portici Plinio smettono di camminare di colpo. Scendono dal marciapiede e guardano tutti nella stessa direzione. Qualcuno scatta foto con il cellulare. Uno con l’Ipad. Il ragazzo e il signore sono uno di fronte all’altro. Si insultano.
«Cosa vuoi tu che hai cent’anni?»
«Cosa vuoi tu che prendi le cose degli altri».
Qualcuno li invita alla calma.
«Fate la pace che sono appena passati i vigili. Se tornano siete nei guai».
Ivigili tornano e i due sono nei guai. Il giovane turco esige delle scuse. «Mi ha colpito. Nessuno mi mette le mani addosso».
Intanto sul sopracciglio sinistro gli cresce un bel bernoccolo con un taglio. Segno che Bersan non gliele ha solo «misurate» come dice lui, ma è andato proprio a segno. Nessuno dei due vuol fare la pace, anche se è chiaro che più passa il tempo, più rischiano di finire nei guai entrambi.
Un passante interviene: «Scusate, sono qui in ferie, ma sono un legale. Vorrei far notare che se il giovane ha trovato la bici senza lucchetto è legittimato a pensare che si trattasse di res publica».
Il bernoccolo cresce sempre di più. E nessuno dei due contendenti sbollisce la rabbia.
Arrivano i carabinieri, li prendono da parte uno alla volta e fanno un bel discorsetto a ciascuno dei due. Arriva un’altra vigilessa. Altro discorsetto.
Il discorsetto è anche piuttosto preoccupante. Perché il ragazzo rischia una denuncia per ricettazione che, dice un carabiniere, è anche peggio del furto.
Il problema è che Sevket non conosce il nome e non ha il numero di cellulare del conoscente che gli ha affidato la bici. «È qui in giro, arriverà».
«Cosa vuole che mi succeda», dice Bersan con tutti i problemi che ci sono.
La situazione avrebbe consigliato una stretta di mano  e un «via andare» veloci. Ma la cosa va troppo per le lunghe.
Un’ora dopo sono ancora lì davanti al Foot Locker all’ombra perché il sole ammazza.
Solo a quel punto il ragazzo capisce che è meglio stringere la mano. Il signore pure. E finalmente arriva il segno della pace. «Non stringere - dice il ragazzo -. Sta stringendo troppo». «Lo lasci», intima un vigile e quasi ricominciano a litigare.
Tutto farebbe pensare che la rissa sia sedata, che l’ottantenne possa tornare a casa per il pranzo «dopo questo mezzogiorno di fuoco» come lui stesso dice. Ma non va così. Siccome la ricettazione è un reato sul quale, secondo i carabinieri, non si può chiudere un occhio neanche se si tratta di una vecchia bici, la giustizia prende il posto del buon senso. Il ragazzo viene portato al comando dei vigili. Al signore viene detto «lei ci segua in bicicletta». Forse era meglio stringersi la mano subito.
Anna Savini
Anna Savini

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