Convulsioni al quadrato

Il momento più imbarazzante - e glorioso - di resa incondizionata alla sfida posta dalla matematica lo vive, nella mia memoria, un compagno di classe di cui, oggi, non riesco a ricordare il nome.

Ricordo però benissimo il momento in cui accostò il gessetto alla lavagna e, invitato dall’insegnante ad aggiungere “al quadrato” a un numero, disegnò accanto al numero stesso un patetico quadratino. Ridemmo tutti, dal primo della classe all’ultimo, dal secchione al ripetente. Rise perfino, credo, un compagno a casa con l’influenza. Non si divertì l’insegnante, invece: crollò con la fronte sulla cattedra, in preda a convulsioni di ampiezza mai vista. Convulsioni al quadrato, per così dire.

Questo breve amarcord per dire che se gli anni passano, gli studenti cambiano e gli insegnanti pure, il rapporto di certe teste con la matematica rimane lo stesso.

L’Ocse, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dice che uno studente italiano su quattro, nella fascia dei quindicenni, è «scarso» in matematica. Un eufemismo per dire che davanti a un’equazione di secondo grado o a un’equivalenza gli studenti di cui sopra farebbero la faccia di chi vede Godzilla attraversare la strada e, confrontati con un logaritmo, al massimo penserebbero a proteggersi la gola con una Borocillina.

Va detto che il quadro dipinto dall’Ocse non è del tutto fosco: nel corso degli anni la percentuale di studenti italiani con rendimento scarso è diminuita. Resta però il nodo della matematica, materia nella quale i nostri ragazzi risultano sotto la media Ocse del 2 per cento. Può sembrare poco, ma se la trascuriamo questa situazione non potrà che peggiorare. Nel giro di pochi anni la percentuale potrebbe salire al 20, poi al 40, al 60, al 100 e infine al 110. Un dato che la dice lunga sul rischio che corriamo e sulla mia personale preparazione in matematica.

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