Coronavirus: lavarsi (e non lavarsene) le mani

Internet è una fonte inesauribile di creatività intellettuale a basso costo. Basta il minimo stimolo d’attualità per scatenare dai quattro angoli del mondo orde di profeti, strateghi e, soprattutto, spiritosoni. Figuriamoci dunque se al coronavirus poteva essere dedicato un trattamento di favore. Al contrario, essendo un nemico invisibile scatena paure profonde alle quali, nel secolo XXI, si reagisce da uomini evoluti: impugnando saldamente la prima cazzata che capita.

Mossa d’apertura: rendere visibile il virus invisibile. Detto, fatto: il virus “cinese” è diventato “dei cinesi”. Ora, che il virus sia cinese non ci sono dubbi. Come ha scritto Kent Ewing su Hong Kong Free Press, il virus «è un prodotto degli insufficienti standard di sicurezza alimentare, della mancata prevenzione sanitaria e della politica di Pechino». Che sia necessario limitare e controllare i collegamenti con la Cina è fuor di dubbio, e mi pare che quasi tutti i Paesi si stiano muovendo in questa direzione. Qualcuno però pensa che sarebbe anche il caso di dare un bel giro di manopola alle discriminazioni etniche, così per gradire.

Non si tratta, qui, soltanto degli xenofobi in servizio permamente effettivo che, per ragioni di ignoranza o per interessi “commerciali” e “politici”, aizzano tali sentimenti. Anche persone in buona fede sembrano cadere nel tranello. Per esempio, un post scritto da persona di notevole cultura scientifica, dedicato a un esame approfondito del coronavirus e contenente molte informazioni utili sui virus in generale, sosteneva che al momento occorre - «ovviamente» - evitare «le etnie cinesi in Occidente, spesso in contatto fisico con parenti, clienti o fornitori in Cina».

Per quanto non discriminatorio negli intenti, il consiglio lo è nei fatti e, soprattutto, non sembra né pratico né efficace. Innanzitutto, quando si parla di “etnie cinesi” di che cosa si parla? Sappiamo forse distinguere i cinesi della Repubblica popolare da quelli di Taiwan o Singapore? E quelli malesi e thailandesi? E i cittadini naturalizzati americani ed europei? Non solo: alzi la mano chi in Occidente riesce a distinguere al volo un cinese da un giapponese e un coreano.

Dunque, si tratterebbe di evitare, in realtà, le etnie asiatiche. Evitarle come, poi? Starsene alla larga dai ristoranti cinesi, per esempio, perché il cuoco potrebbe da poco aver incontrato il cugino di Wuhan. Bisogna però rilevare che, strano a dirsi, le persone cinesi non incontrano e frequentano solo persone cinesi. Ancora: sarebbe forse il caso di scappare a gambe levate se in un negozio vediamo entrare una persona dai tratti orientali? E il commesso o la commessa come dovrebbero comportarsi?

Una “profilassi etnica”, dunque, non sembra avere senso. Temo però che molti si sentiranno attratti da questo tipo di comportamento che ha il “vantaggio” - oggi apprezzato - di scaricare il problema su spalle altrui, individuare se non un “colpevole” almeno un “responsabile” e rafforzare un’identità a dispetto, e in contrasto, con un’altra.

L’“Avviso al pubblico” dell’Organizzazione mondiale della sanità contiene molti consigli su come prevenire il contagio. Nessun cenno tuttavia alla necessità di cambiare strada quando si incontra Jackie Chan. . Purtroppo, e non da oggi, è più comune dar la colpa a qualcuno e lavarsene (invece di lavare) le mani.

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