Giovani e vecchi

Ricevo una gentile e-mail che mi invita a riflettere sulla sparizione della parola “adulto”. La scomparsa della parola è naturalmente solo un sintomo: come si fa notare nella lettera, è proprio l’età “adulta” a essere tramontata. Si passa dalla giovinezza alla vecchiaia senza che, là in mezzo, sia prevista una stagione di consapevole maturità.

«Oggi a 40 anni sei vecchio e i primi a dirlo sono i quarantenni che parlano di se stessi in questi termini, dimenticando che dopo l’adolescenza c’è la fase in cui appunto si è adulti, non vecchi».

C’è un suggerimento nella lettera - di questa cancellazione dell’età adulta sarebbe «complice il mondo della moda e del calcio» - che mi sembra sostanzialmente corretto: siamo talmente concentrati sulla gioventù come valore estetico, sociale e, diciamolo, economico, che tutto il resto deve essere, per forza, vecchiaia e decadimento. Come sempre in questi casi, è triste pensare a quanto va perduto: l’età adulta un tempo era intesa come la stagione sostanziale nella vita di un uomo; l’uomo e la donna erano tesi nel contempo al miglioramento di se stessi e alla cura degli altri, attraverso la presa di responsabilità e l’impegno a dare l’esempio.

«Quando ero piccola» scrive l’autrice della lettera, «mio padre a 35-40 anni non lo consideravo vecchio ma “adulto”». Credo di capire che cosa intende: osservare un adulto, da “piccoli”, significava anticipare il proprio futuro e considerare una possibilità di sviluppo personale. L’osservare era in sé una lezione utile a stabilire come si comportava una persona nella stagione in cui era chiamata a occuparsi a tempo pieno di sé e dei suoi cari, a irradiare protezione e sicurezza. Gli adulti di ieri sono, oggi, individui che cercano di prolungare la giovinezza poiché, quando l’avranno perduta, non avranno la consolazione di un ruolo rispettato, di uno sguardo d’ammirazione. Passeranno direttamente alla categoria dei “vecchi” che, curiosamente, con quella dei “giovani” oggi ha un solo tratto in comune: l’infantilismo.

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