Il futuro? Probabilmente si chiamerà Fred Astaire

Baci e abbracci, ormai l’abbiamo capito, per un bel pezzo li vedremo solo al cinema. Dove con cinema si intende televisione, perché i film li guardiamo lì: prima lo facevamo per comodità, adesso per prevenzione sanitaria e rispetto dei decreti ministeriali. E pensare che, una volta, nelle ultime file delle sale cinematografiche si rintanavano le coppiette, allo scopo di scambiarsi in appassionata libertà ogni sorta di virus e streptococchi.

Tutto ciò, come abbiamo detto, è già un ricordo e in qualche modo ne abbiamo preso atto. Forse però non abbiamo ancora realizzato che le abitudini del post-coronavirus ci costringeranno a rinunciare a un altro gesto oggi molto comune: la stretta di mano.

Lo ha detto il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, dottor Anthony Fauci (solo gli italo-americani hanno nomi così): «A essere onesto - ha dichiarato in un podcast del Wall Street Journal - non credo che ci stringeremo mai più la mano». L’analisi di Fauci, da infettivologo, non fa una grinza: «Rinunciando a questo gesto non solo aiuteremo a prevenire la trasmissione del coronavirus, ma potremo finalmente ridurre di molto l’incidenza della regolare influenza».

I dottori come Fauci, nel dire queste cose, fanno il loro mestiere. Non è colpa loro se, decretando la fine di automatismi culturali come la stretta di mano, creano dei vuoti e delle dissonanze in quel costante minuetto che è la vita sociale.

Essendo una specie da sempre creatrice di simboli, i millenni e i secoli non sono passati senza che tutti noi trasferissimo nella stretta di mano significati profondi e importanti. Soprattutto, di questo gesto che, alle origini, intendeva rassicurare gli interlocutori con una reciproca dimostrazione di rinuncia a impugnare le armi, abbiamo fatto uno strumento capace di mille sfumature.

C’è infatti la stretta veloce e formale che si scambiano gli uomini d’affari: un riconoscimento di professionalità senza alcun abbandono sentimentale. Ma c’è anche la stretta salda e intensa che, nell’imprimere un sensibile quantitativo di joule, intende trasmettere un supplemento di calore, di cordialità, di gioia per l’incontro. E ci sono infine le strette, spesso letterarie, che incutono sospetto: viscide, tartufesche, mani abbandonate come sogliole in pescheria che, nella loro inerzia, trasmettono al nostro sistema nervoso un’impressione sgradevole e lo mettono in allarme.

Ora Fauci vorrebbe che tutto questo fardello di informazioni, fino a oggi elaborato tramite la stretta di mano, venga trasferito a qualche altro segno di reciproco riconoscimento. Non ci dice quale, perché non è compito suo.

Noi dovremo guardarci intorno e scegliere tra qualche gesto già in uso - tipo lo sventolare delle mani come alla partenza dei treni e gli inchini formali perfezionati dalla cultura giapponese -, oppure inventare qualcosa di nuovo.

Per esempio un accenno di danza, un saltello da tip-tap, per dimostrare la nostra gioia di aver incontrato una persona amica o anche solo un conoscente. Basta con le strette virili: il futuro, a quanto pare, è dei Fred Astaire.

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