Imparammo tutto

Va tutto bene, a Natale, per chi tiene una rubrica come questa perché il Natale si presta a essere criticato. Non il Natale in sé, ovviamente, ma ciò che del Natale è stato fatto ormai da decenni. L’aggressione del consumismo, lo sfruttamento dell’infanzia implicito nel creare desideri che i genitori, con grande spesa, dovranno poi cercare di esaudire.

Ma la Pasqua? La Pasqua sembra ancora indenne da questo trattamento, se si esclude la diffusione un tantino insistita di dolciumi e uova di cioccolato. Nella Pasqua rimane intatto un senso di rinascita che dovrebbe essere sempre e comunque apprezzabile. Per me, abituato a riflettere sulle cose con spirito critico se non proprio con burbanzoso moralismo, questa qualità della Pasqua finisce per diventare un difetto. Assurdo, lo so, ma devo ammettere di non avere parole che si adattino alla festiva circostanza.

Questa la ragione per cui, oggi, prendo a prestito parole altrui. Nello scambio, ci guadagnerete di sicuro, perché si tratta di parole scritte oltre 150 anni fa da Emily Dickinson. Parlano di amore e verità, e della ricerca dei medesimi. Raccontano dell’impossibilità di abbracciare entrambi nella loro vastità e dunque della necessità, in qualche modo, di abbandonarsi a essi senza spiegarseli fino in fondo. Stai vedere che parlano proprio di Pasqua:

 

Imparammo Tutto dell’Amore -

L’Alfabeto - le Parole -

Un Capitolo - poi il possente Libro -

Poi - la Rivelazione si concluse -

Ma ciascuno negli occhi dell’Altro

Un’Ignoranza scorgeva -

Più Divina di quella della Fanciullezza

E l’uno all’altra, Fanciulli -

Tentammo di spiegare

Ciò che nessuno dei due - capiva -

Ahimè, la Saggezza è così vasta -

E la Verità - così multiforme!

© RIPRODUZIONE RISERVATA