Internet non è mai stato gratis. Anzi, ecco il conto

Di questo passo verranno a suonare il campanello. Zuckerberg. Cook, Gates e tutti gli altri pezzi grossi di Internet. Si accomoderanno in tinello - se glielo permetteremo - e ripeteranno le paroline che il buon Mark di Facebook ha pronunciato con chiarezza davanti al Congresso americano: «I’m sorry», mi dispiace.

Gli dispiace che la sua creatura social, oltre ad aver «favorito la comunicazione tra individui di tutto il mondo e aiutato la creazione di innumerevoli attività imprenditoriali», abbia causato qualche problemino come la diffusione di notizie false, ingerenze nelle elezioni politiche, propagazione di razzismo, omofobia e, a giudicare dal palcoscenico italiano, discussioni forse un tantino eccessive sul sesso dei calci di rigore.

Lo ha sottolineato anche il New York Times in un editoriale composto nella sua elegante font Cheltenham: “Internet si scusa. Perfino coloro che hanno creato il nostro mondo digitale sono inorriditi. L’analisi del disastro da parte di chi lo ha costruito”.

L’elenco dei pentiti non è lunghissimo ma rimane impressionante per i nomi che contiene: oltre al già citato fondatore di Facebook, compare anche il primo presidente del medesimo, in compagnia di uno degli inventori stessi del World Wide Web e del supervisore del progetto iPhone. Tutti ammutoliti per le gli effetti collaterali, chiamiamoli così, che le loro creature hanno provocato alla società. «Dio solo sa cosa stanno facendo i social al cervello dei nostri bambini» ha detto uno, mentre un altro si è detto preoccupatissimo perché gli smartphone si stanno rivelando intossicanti tanto quanto le droghe più comuni. Tutti, poi, scuotono il crapone all’idea che il Web sia stato di fatto tramutato in «un’arma». Sconsolati, ripetono: «I’m sorry».

Come ciò sia potuto accadere, peraltro, non è per loro un mistero. La spiegazione fornita al New York Times è semplice: lo sforzo principale di tutti quanti hanno “costruito” la Rete è sempre stato quella di mantenerla gratuita per l’utente finale. Per far ciò (e per arricchirsi enormemente nel frattempo), si sono impegnati ad attirare miliardi di persone sulle pagine online che ospitano annunci a pagamento. Ciò che attira gli utenti, hanno presto scoperto, si chiama, in inglese, “outrage”, ovvero “indignazione”. La gente, in sostanza, accorre là dove c’è una baruffa, una contesa, un “cattivo”, vero o presunto, da svergognare, un politico malvivente (o tale in apparenza) da coprire di contumelie e se non lui direttamente almeno un suo parente (magari finto) al quale attribuire ogni sorta di nefandezza, privilegio, ruberia.

Tutto ciò che è polemica, litigio, rissa e, per conseguenza ultima, “polarizzazione” sociale genera, per i giganti del Web, profitti immensi. Ora, costoro si sono accorti che questo meccanismo ci ha lasciati tutti esausti, feriti, confusi e, per usare un francesismo, rincoglioniti. Non è dunque rimasta loro altra scelta che chiedere scusa. Attenti, però: il loro «I’m sorry» non significa semplicemente «Mi dispiace». Significa: «I’m sorry, but you’re stupid». Mi spiace, ma siete stupidi: Internet non è mai stato gratis e adesso è arrivato il conto.

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