Io e la Voce

So bene di essere, a volte, un pessimo soggetto. Cerco di evitarlo: non trovo niente di nobile nell’arroganza e ancora meno nella cattiveria. Ciò detto, pur riconoscendo il valore della bontà, so essere non-buono, ovvero cattivo. Il problema è che quando lo sono non la passo liscia con me stesso. C’è una Voce in me che lo annuncia e mai in tono conciliante.

Un esempio. Sento la Voce quando - è accaduto da poco - passo a distanza di saluto dalla panchina della signora Malinpeggio e tiro dritto.

«Perché non hai salutato?» inquisisce la Voce.

«Perché non me la sento di affrontare il pessimismo cosmico della signora. Sebbene sia una cara donna, spiritosa e intelligente, il suo cinismo, oggi, sarebbe di troppo».

«Questa non è una giustificazione. Non possiamo essere cortesi o scortesi a seconda delle circostanze e delle convenienze. Non è da gentiluomini. Torna indietro e saluta».

«No».

«Non fare il bambino. Comportati da persona decente. Saluta, sorridi e se proprio non ce la fai a sostenere una conversazione scusati e ritirati. Scambiare qualche parola con la signora, però, non ti ammazzerebbe di certo».

«E se ne facessi una questione di diritti civili? Perché mai dovrei essere obbligato a chiacchierare quando non ho voglia? E poi, scusi tanto gentilissima Voce, come fa lei a essere sicura che la signora desideri parlare con me?»

«Non lo so ma non ho bisogno di saperlo: la signora è una tua conoscenza e le conoscenze di riconoscono con il saluto. Non capisci che è proprio questa la ragione per cui lei è pessimista?»

«Come sarebbe?»

«Non pensi che tutta la scortesia, il distacco e l’autoindulgenza che sperimentiamo ogni giorno bastino a giustificare la sua sfiducia nella gente?»

«Forse ha ragione, cara Voce. Ora torno indietro. A proposito, gliel’ho mai detto che, quando parla, mi par proprio di sentire la signora?»

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