La parola fine

Ha occupato le prime pagine di molti organi d'informazione la notizia che uno o più hacker - “pirati” informatici – ha violato la rete di computer della Sony Pictures Entertainment sottraendo materiale prezioso e confidenziale: e-mail, documenti, copie digitali di film non ancora distribuiti, perfino sceneggiature di pellicole in lavorazione, come il nuovo 007.

Immagino lo sconcerto, la disperazione e l'angoscia dei dirigenti Sony ma, potendo, li inviterei a guardare al lato positivo della faccenda: se gli hacker si sono disturbati a violare il loro sistema, è segno che pensavano di trovarci qualche cosa che valesse la pena di rubare. Dubito che un hacker degno di questo titolo si disturberebbe ad aggredire il sistema informatico della Rai o di Mediaset. Per quale ragione? Si ritroverebbe in mano un fascio di dottori in famiglia, cesaroni, carabinieri otto e montalbani tre dai quali, francamente, non è che ci potrebbe ricavare molto. Forse è sbagliato buttar via in blocco tutta la fiction televisiva italiana – la serie “Gomorra”, quest'anno, si è distinta per intensità – ma certo siamo ancora ben lontani da ciò che si produce in America, ma anche in Inghilterra e in Francia. La fiction nostrana sembra incapace di uscire dai buoni sentimenti, dalla battuta dialettale, dal ritratto elegiaco dell'industriale, dello sportivo e del santo. Quasi mai queste biografie filmate hanno il coraggio di esplorare i lati contraddittori del soggetto, quelli discussi e controversi: quelli, in altre parole, che danno spessore ai personaggi.

Pare faccenda da poco, ma forse non lo è: un Paese che nel raccontare le sue storie non riesce ad andare fino in fondo vive probabilmente nell'illusione, coccola una realtà che non è più tale, fatica nel trovare il bandolo della matassa collettiva e non ritrova più la strada giusta da imboccare. Corre il rischio, per concludere, che sullo schermo appaia la parola “fine” prima che tutta la storia sia stata raccontata.

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