L’elemento non necessario

Pronti a chiedere scusa al grasso capitalista, quello che con i piedi sul lavoro ciancica un grosso sigaro guardando compiaciuto il grafico dei profitti che punta in alto? Tutti noi immaginiamo che l’altra faccia del suo successo di individuo sia la sofferenza della massa: quella dei tanti che vengono sfruttati o messi da parte a seconda dei capricci del mercato. Ebbene, dicevo, pronti a chiedergli scusa?

Parrebbe necessario, perché gli autori di uno studio pubblicato dal Journal of Personality and Social Psychology, sostengono che questa immagine “classica” del capitalista, pur diffusissima al punto da essere parte fondante della nostra cultura, altro non è che un pregiudizio. Secondo lo studio, non c’è alcun dubbio che al libero mercato vada attribuita la netta riduzione, registrata negli ultimi decenni, della fetta di popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà. Alla ricerca del profitto, corrispondono anche i miglioramenti in termini di standard sanitari ottenuti in tempi recenti, senza contare naturalmente le conquiste tecnologiche. Problemi e tragedie nascono invece - fa notare sempre lo studio - dove si inseguono a tutti i costi forme di socialismo ostili al profitto: leggasi Venezuela. Forse, l’unico errore del capitalista - e qui usciamo dalla ricerca di cui sopra - è di essere talmente decisivo nei suoi risultati da pensare di essere l’unico elemento veramente necessario all’umanità. La quale, ingrata e irragionevole, oltre al benessere cerca la felicità. Meriterebbe di essere licenziata.

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