L'illusione del nuotatore

Un bel giorno un signore di cui per ora non faremo il nome si accorse che, per un curioso fenomeno, attorno alla sua pancia si era accumulata materia nota con il nome volgare di “grasso”. Deciso a far sparire questa indesiderata e voluminosa cintura, il signore pensò bene di darsi allo sport. Sì, ma quale sport? Ebbe un'idea luminosa: avrebbe scelto lo sport i cui atleti apparivano più fisicamente dotati. Tra tutti, gli parve che i nuotatori esibissero il fisico migliore: muscoloso ma slanciato, potente ma flessuoso. Pensato, detto, fatto: il signore si iscrisse a una piscina e prese a macinare vasca su vasca.

Dopo centinaia di vasche e parecchia fatica, il signore capì che qualcosa non andava. Lui nuotava e nuotava ma il suo fisico non si trasformava in quello, splendido, di un nuotatore professionista. Capì allora un'amara verità: i nuotatori non hanno il fisico che hanno perché sono nuotatori ma sono nuotatori perché hanno il fisico che hanno. L'esercizio, insomma, migliora e potenzia ma è la genetica a costruire, all'origine, un corpo adatto al nuoto. Il signore chiamò la sua scoperta “Illusione cognitiva del nuotatore” e le associò il suo nome: Nassim Taleb.

L'“Illusione del nuotatore” è un meccanismo psicologico importante e molto sfruttato: per esempio dal settore pubblicitario. Per vendere cosmetici, lo sappiamo, si impiegano bellissime modelle: questo crea nel pubblico l'illusione che basta usare lo stesso prodotto per diventare come loro. Non è così: il prodotto magari aiuta, ma la modella è splendida di suo. Superare l'“Illusione del nuotatore” è difficile ma possibile. Purtroppo è un esercizio doloroso: impone a ognuno di noi di guardarsi allo specchio con spietata oggettività. Non vedremo un campione di nuoto, probabilmente, né una modella conturbante. Rendersene conto può essere più faticoso che macinare cento vasche ma, paradossalmente, ci sarà molto utile per restare a galla.

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