L’insostenibile leggerezza dell’informazione

Viviamo, non c’è dubbio, in un’epoca segnata dall’informazione. L’importanza della medesima si annuncia prima di tutto nella sua abbondanza: non ci sarebbero in giro tante informazioni se non si trattasse, appunto, di materiale prezioso. Al punto che non ce n’è mai abbastanza, di informazione, e forse per questa ragione tolleriamo perfino quella falsa e tendenziosa.

Ma che cosa è, in effetti, un’informazione? Nella Treccani, la voce dedicata occupa una pagina fitta fitta, segno che la parola assume molti significati o, per meglio dire, concorre a definire molte cose in diversi ambiti: quello sociale, prima di tutto, ma anche quello tecnico-scientifico, a incominciare, appunto, dall’informatica.

Per noi, ai quali sarebbe stata applicabile un tempo la definizione di “uomo della strada”, informazione è soprattutto il risultato della partita, il titolo del giornale e del telegiornale, l’annuncio di un concerto o dell’uscita di un film. Ma anche, e forse non ci pensiamo abbastanza, ciò che esce dalle “app” di uso quotidiano, in particolare quella che ci fornisce le previsioni del tempo. Queste offrono addirittura micro-informazioni ad altissima frequenza: il tempo non solo giorno per giorno, ma ora per ora.

È giusto tenere ben presente che queste icone convogliano informazioni non diversamente dall’articolo di un giornale, perché, con le informazioni, il problema è sempre l’uso che se ne fa. Un articolo, stampato o pubblicato online, e un servizio televisivo producono in noi una reazione che è anche una scelta: accoglienza, rifiuto, indifferenza. E le previsioni orarie? Anche queste impongono la nostra partecipazione, ma è meno chiaro come dovremmo servircene.

Personalmente, resto sempre interdetto quando l’“app” annuncia un 30% di probabilità che incominci a piovere. Come rispondere a questo “input”? La premurosa sollecitudine con la quale l’informazione viene inoltrata sembrerebbe stabilirne l’importanza, ovvero l’essenzialità. Eppure io non so come comportarmi: il 30% è sufficiente a modificare un programma, cancellare una gita o anche solo a suggerire la presa in carico di un ombrello? È ancora peggio, per assurdo, quando la possibilità di rovesci sale al 50%. Non siamo forse alla scommessa pura, alla monetina lanciata in aria? La “app” ci dice, in sostanza, che le possibilità di insorgenza o meno di un fenomeno sono uguali. Qualcosa potrebbe accadere o non accadere: le probabilità sono le stesse. L’analisi della situazione meteorologica viene avviata dall’osservazione di un satellite, elaborata da un computer, rispedita al satellite e da quest’ultimo di nuovo a un computer e, infine, al mio telefonino: un processo complicatissimo per lasciarmi nel medesimo stato d’animo nel quale, sessanta anni fa e anche più, si ritrovava mio nonno all’atto di uscire in una giornata incerta: prendere l’ombrello o no? Ritirare i gerani o no?

Probabilmente tutto questo non ha senso, ma c’è il caso anche che nasconda una riflessione discretamente profonda sul peso dell’informazione, a volte consistente soltanto in apparenza. Voi che cosa ne dite? Per me c’è un 30% di possibilità che sia così.

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