Né martire né eroe

Leggo, medito, rileggo. Qualcosa mi costringe a restare sulla notizia di Arin Mirkan, la combattente curda che, all’arrivo della soldataglia dell’Isis nella città di Kobane, si è fatta saltare in aria uccidendone un po’. Ci penso su perché, nonostante tutto, non mi par giusto che quando sono loro - gli jihadisti, i terroristi, i barbuti, comunque li si voglia chiamare - a fare i kamikaze si parla di barbari, mostri e fanatici, se invece è qualcuno che sta dalla nostra parte, allora tiriamo in ballo il “martirio” e il “sacrificio”. Non mi par giusto e non perché voglia difendere le ragioni dell’Isis - non ci penso neanche con una molecola del cervello - e neppure perché mi rifiuti di comprendere lo stato di estrema afflizione in cui si è trovata Arin, la quale non ha visto altra via d’uscita, letteralmente, dalla prigionia per mano dei terroristi che il suicidio-omicidio.

Non mi piace, piuttosto, per una ragione culturale: questa doppia lettura tra “martirio” e “barbarie” è una sorta di automatico inciampo mentale che ci costringe ad accettare una contrapposizione di campo, un odio prefabbricato, un pregiudizio intellettuale nel quale è facile, e comodo, lasciarsi scivolare. Suggerisce la necessità di accettare che in corso c’è una “guerra di civilità”, nientemeno, e tanto vale schierarsi: il sangue versato da noi è “buono”, quello versato dal nemico “cattivo”.

La verità è che non c’è nessuna “guerra di civiltà” . Invece, da una parte c’è la “civiltà”, con tutti i suoi limiti, le contraddizioni e gli errori, e dall’altra c’è l’“inciviltà”, figlia di un risentimento spesso giustificato ma piegato all’ignoranza, alla violenza, all’interesse di pochi, occulti manovratori e all’appagamento dei peggiori istinti sanguinari dell’uomo.

Persone come Arin non sono dunque né eroi né martiri, ma vittime di un disastro storico che l’Occidente civile ha la responsabilità di risolvere: un po’ con le armi - purtroppo -, un po’ (soprattutto, spero) con la ragione.

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