Proposta indecente

Avrei una proposta da fare, ma vi consiglio di leggerla solo se siete disposti a correre qualche rischio. Non solo: dovreste dichiararvi pronti a violare la legge.

La proposta è questa: mettiamoci insieme e organizziamo il rapimento di un giornalista americano. Uno ci mette il nascondiglio, un altro la benda, io porto il giornale da mettergli davanti per fargli la fotografia. Lo so che non è bello, e neppure elegante. A dirla tutta, è criminale: mi sembra l’unica soluzione, tuttavia, per avere un giornalista Usa a disposizione per qualche ora –e spiegargli, potendo contare sulla sua esclusiva attenzione, come funziona (o non funziona) l’Italia e come la pensano gli italiani.

Prendiamo Roger Cohen, opinionista del New York Times (e quando dico “prendiamo” non intendo prendiamolo fisicamente) e leggiamo il suo ultimo pezzo sull’Italia, intitolato “Curve italiane, cure italiane”. Nell’articolo-opinione Cohen sostiene che la vita, in Italia, è tutta una «curva», nel senso di uno svolgersi continuo di difficoltà, che viene risolta grazie a «famiglia e senso di comunità». Sullo Stato, meglio non contare. In più, gli italiani avrebbero deciso che «non tutto è profitto», «non contano solo gli affari» e, a dimostrazione di ciò, produrrebbero ancora «sorrisi innocenti».

Non trovo l’articolo di Cohen sbagliato in sé. È probabilmente “giusto” nel confermare agli americani la loro prima impressione degli italiani: rilassati, goderecci, maestri dell’adattamento e legati alla famiglia. Ma questo, in realtà, non è altro che un ritratto in negativo degli americani: a loro giudizio noi riempiamo di mozzarella e fatalismo ciò che a loro tocca portare avanti con hamburger e disciplina. Pare quasi che noi abbiamo il dovere di essere così per far loro piacere. A questo punto dubito addirittura che il rapimento funzionerebbe; liberato, il giornalista scriverebbe criticando l’organizzazione del rapimento ma elogiando il giusto del gelato consumato in catene: «Mamma mia!»

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