di Giuseppe Guin
Nacque tra i popolani, Giuseppe Sinigaglia, sulla riva dei "Brutti", in quel di sant’Agostino. La chiamavano così perché i belli stavano sulla sponda opposta, quella di villa Olmo. Lì, al molo, invece, c’erano soltanto vecchie lavandaie con ceste piene di panni sporchi e uomini nerboruti, il più delle volte anche puzzolenti, che scaricavano i comballi che scendevano dal lago stracolmi di merce. Suo padre Antonio e sua madre Antonietta Porta gestivano il ristorante Caprera e lui, a dispetto della riva dei "Brutti", era uno dei ragazzi più belli di Como.
La Ida del "bordello"
Quel fisico da atleta, 1 metro e 93 centimetri di altezza, tutto muscoli e baffetti, era proprio il fisico che piaceva alle donne.Tante ne ebbe di donne il Sina... e mai una fissa, si dice. Era il sogno di tutte le ragazze da maritare, ma anche di quelle già maritate, e persino della Ida, che di uomini ne faceva girare parecchi. La Ida, era la più bella delle entraîneuse della città, quella che stava dentro il bordello di via Volpi. Era soprannominato "Il dollaro", perché era il più lussuoso, ma anche perché la tariffa, a quei tempi, corrispondeva al cambio di un dollaro. Una cifra non da poco, ma di clienti ce n’erano talmente in abbondanza, che il gradino d’ingresso era incavato e, ancora oggi, in quel vicolo defilato del centro, è lì con i segni dell’usura. Era famosa, la Ida. Tanto famosa che tra le barche della Canottieri, chiamate "Fiume", "Trento", "Gorizia", ce n’era una con il nome "Ida".Nessuno sa se Giuseppe Sinigaglia sia mai andato a trovare la vera Ida al "Dollaro". Di certo si sa che lei, alla zia Erminia che gestiva il bordello, una sera confidò: «Se viene qua il Sina... non voglio niente!».E di sicuro si sa anche che, il suo allenatore francese, tal Lein, che lo stava preparando per i mondiali di Londra, dopo l’ennesima volta che quel ragazzone promettente, gli si presentava stravolto, gli parlò chiaro: «Sina, se vuoi vincere i mondiali, basta donne! E basta bagordi!».
La coppa sul Tamigi
E i mondiali il Sina li vinse. «Sono io il più forte!», lo sentirono gridare, mentre remava con la punta dello skif avversario che lo tallonava. Era il 4 agosto 1914 e ad Hanley, sul Tamigi, stava sfidando il mondo.«Ora o mai più!"» gridava seduto sul suo "Selvaggio ", un siluro di skif singolo, 8 metri e 80 di legno tirato lucido. C’era folla sul Tamigi. Gli inglesi erano pronti ad incoronare il loro mito, Collin Stuart, ma quel giorno dovettero rassegnarsi e il re Giorgio V, con la consorte Vittoria Maria, consegnò la coppa d’oro Diamond’s Sculls, nelle mani del Sina.Il giorno del suo rientro a Como, il piazzale della stazione San Giovanni era gremito. «Sina sei un grande!», gridava la gente. Lui raggiunse la Fiat Torpedo decappottata e disse: «Portatemi da mia madre». Era lei la donna più importante della sua vita e lei volle incontrare prima di chiunque altro. «Sina c’è piazza Cavour piena», gli dicevano, ma lui restò con la madre per quasi un’ora. Quando lo portarono in piazza, la gente era in delirio. Si affacciò al balcone del Barchetta e su uno striscione vide scritto: «Sina, nessuno come te». Fu davvero così. Sono passati quasi cento anni e nessun altro italiano è riuscito ad eguagliarlo.
Il ragioniere postumo
A scuola, invece, era un pessimo allievo. All’istituto tecnico Caio Plinio c’è una lapide sulla quale stanno scritti i nomi dei Caduti della prima guerra mondiale, usciti da quella scuola. Il primo è tal ragionier Radice Pietro. C’è anche un Luigi Pelandini e un Teodoro Mariani, altrettanto ragionieri. C’è pure Giuseppe Sinigaglia, ma davanti al nome non sta scolpita alcuna qualifica. Al Caio Plinio di lui si ricordano soltanto i danni causati alla porta dell’aula della II B. Successe che una mattina d’inverno, il professore di matematica lo rimproverò per le sue ripetute intemperanze. Sinigaglia, che non poteva più di sentirsi ammorbare il cervello con radici quadrate ed equazioni, si alzò e uscì. Era furente. Sbatté la porta e il colpo fu tale, che la scardinò.Era rabbia quella di quel giorno, ma era anche forza. Ed era la forza che conoscevano bene alla Lario. Lì, si erano addirittura stufati di trovare remi rotti, per la troppa foga nel vogare. Impiegarono del tempo, ma alla fine scovarono un falegname canturino che riuscì a costruire, con del legno di frassino, dei remi in grado di resistere alla forza del Sinigaglia. Il Caio Plinio lo fece ragioniere "honoris causa", dopo che tornò morto dalla guerra. La Canottieri Lario gli intitolò la sede.
La sfida dei «Depennati»
Tirava brutta aria alla Comense. Erano i primi anni del ’900, ma nei sodalizi comaschi succedevano già le stesse cose che succedono oggi: gelosie, malumori, guerre intestine.Una sera, il Sina picchiò un pugno sul tavolo, così violento, che il suo «Adess basta!», non si udì nemmeno. Se ne videro però gli effetti. Insieme a 56 soci, tra i quali Antonio Sant’Elia, Ernesto Taborelli e Teodoro Mariani, lasciò la gloriosa Comense e fondò il Club atletico Como. Fu proprio con quel club che il Sina si affermo nella lotta greco romana, fino a conquistare il titolo italiano assoluto nel 1905, proprio nell’arena del Teatro sociale di Como .Alla Comense, con spregio, chiamarono quei fuoriusciti "I depennati", ma di quel termine loro andarono orgogliosi. Anni dopo, quando ci fu da formare il primo equipaggio di canottieri, Sinigaglia lo chiamò proprio "I depennati" e da lì cominciò ad incassare vittorie.
La mitragliata in trincea
«Stia giù tenente. Giù che sparano!». Era in trincea, Giuseppe Sinigaglia, e con l’ardore e il coraggio di chi la guerra aveva scelto di farla, stava ritto davanti al nemico. La voce era quella del soldato Ernesto Brenna, di Cascina Amata di Cantù.«Stia giù, tenente!», gli ripeté con voce accorata, ma proprio in quel momento una sventagliata di mitragliatore nemico gli squarciò un fianco. Sanguinante e in fin di vita lo portarono all’ospedale da campo di Crauglio, disteso su una camionetta. Stavano assaltando la Cima 4 del San Michele del Carso. Con lui c’erano anche il fante Giuseppe Ungaretti e il sottotenente Antonio Sant’Elia.Sant’Elia scrisse: «Stanotte si dorme a Triste, o in paradiso con gli eroi».Ungaretti: «Si vede il mare, si vede il mare, lo spazio finalmente».Sinigaglia balbettò: «Ma il lago di Como non c’è più? Datemi un po’ d’acqua del mio lago».Morì tra le braccia del tenente Verdelli. Era il 10 agosto del 1916. E il lago non lo vide più.