I GRANDI DI COMO

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Remo Ruffini

REMO RUFFINI

di Giuseppe Guin
Neanche i preti sono riusciti a farlo studiare. Ci hanno provato, ma si sono arresi pure loro.

Eppure, questo ragazzaccio un po’ turbolento, oggi la sua rivincita con la vita se l’è presa. Eccome.

Oggi veste Madonna, Afef e pure Elle MacPherson. Ha le boutique che lo inseguono, per avere il suo marchio in vetrina e all’ultimo fine anno ha brindato con un fatturato aziendale che ha raggiunto i 250 milioni.

Lui è Remo Ruffini, 46 anni, presidente e direttore creativo del marchio Moncler. Della sua vita dice: «Il mio orizzonte è il mondo, ma per me, svegliarmi a Como, è il modo migliore per iniziare la giornata».

Ruffini, la sua infanzia a Como è stata piuttosto scapestrata.

Direi di sì, ho studiato senza grandi successi. La scuola non è mai stata uno dei miei primi interessi.

Eppure era partito bene, scegliendo proprio il Setificio.

Era una scuola che mi piaceva, ma ho capito subito di non avere chance. Quando in una sezione partivano in 24 e ne restavano tre, per me significava non avere speranze.

I suoi genitori, esasperati, l’hanno mandata al Gallio, sperando che i preti la mettessero in riga.

Eppure nemmeno loro ci sono riusciti. I miei genitori volevano assolutamente che prendessi un diploma, ma anche al Gallio sono resistito poco. Alla fine, disperati, mi hanno dirottato al Pascoli.

E lì si è diplomato proprio per disperazione.

Praticamente sì, ma con quel diploma da ragioniere si è definitivamente chiusa la mia carriera scolastica.

Che significa? Che gli studi non sono la base del successo?

No. Se avessi studiato, avrei fatto molta meno fatica nel lavoro. Oggi ritengo che la scuola sia la base.

Cioè, non direbbe mai ai ragazzi: «Anche se non studiate…»

No, assolutamente no. Se avessi continuato a frequentare una buona facoltà economica, avrei fatto meno fatica. Nella professione ho dovuto fare tutto da autodidatta e non è stato facile.

E come mai da un Ruffini che non studiava è uscito un genio?

Se uno si impegna alla fine può recuperare tutto, ma la fatica è più che doppia. Lo so io che cosa ha voluto dire capire un bilancio, senza averlo mai studiato.

La scuola negli Usa è stato un modo per cercare di recuperare?

Mio padre lavorava a New York e ha voluto che mi iscrivessi ad un corso di fashion marketing della moda a Boston. Nel frattempo ho lavorato con lui nella divisione produzione.

In Italia, per anni, lei è stato, però, il "figlio di Ruffini".

Il nome e l’apprezzamento di cui godeva mio padre mi hanno permesso di trovare tante porte aperte. Sono stato certamente facilitato dal suo successo e dal suo nome.

Di fatto figlio d’arte, perché anche la madre era nel settore.

Ho lavorato un po’ anche con lei, fino a quando mi sono deciso ad aprire un’azienda mia a Como, la New England.

Un’azienda? Ma era uno scantinato in via Dante!

Praticamente sì, era il 1984. Facevo camicie da uomo molto elitarie, gusto raffinato, di stampo kennediano, che in Italia non erano molto usate, perchè c’era ancora la moda degli anni ’80. Facevo poche migliaia di pezzi all’anno.

Il salto vero è stato lo sbarco negli Stati Uniti?

Dopo qualche anno ho avuto un buon sviluppo negli Stati Uniti e agli inizi degli anni ’90 sono arrivato a produrre anche 400 mila pezzi l’anno.

Il suo mito nel settore industriale?

Senza dubbio Steve Jobs. È il numero uno al mondo, l’unico che ha una visone moderna dell’industria, che ha un’idea di businnes assolutamente diversa da tutti. L’ho incontrato soltanto due volte, ma mi è bastato per rimanerne affascinato. È un genio, non si può dire altro.

Ma come è avvenuta la fortunata acquisizione del marchio Moncler?

Avevo venduto la New England a Stefanel, a fine anni ’90 e cercavo un marchio già esistente, con delle radici e una storia alle spalle.

E sul mercato c’era proprio una Moncler in difficoltà.

Aveva fatto un po’ di fatica negli anni ’80, aveva un po’ recuperato negli anni ’90, comunque era una piccola azienda che aveva il suo fatturato rispettabile. Ci sono state un po’ di trattative e alla fine l’ho acquisita. Aveva la dimensione e le caratteristiche che stavo cercando.

Ma lei vestiva Moncler anche ai tempi dei Sanbabilini?

Sì, ma non sono mai stato Sanbabilino. Ero semplicemente giovane, come tutti andavo in motorino e, a Como, d’invero fa freddo.

Mai stato nemmeno Paninaro?

Mai conosciuti. A quei tempi, un Moncler l’avevano tutti, Paninari, Sanbabilini e non. Era solo bello, comodo e proteggeva dal freddo, a prescindere dalle mode.

E come è cambiata Moncler, formato Ruffini?

Sono tornato al vero Dna di Moncler, al piumino inteso come prodotto tecnologico, in grado di vestire lo sportivo, così come l’uomo in giacca e cravatta.

Madonna, che veste Moncler, viene data per amica sua.

Ne compra tanti e la fotografano spesso con i nostri piumini. In effetti, senza volerlo, è una grande testimonial.

Subito a ruota c’è Afef.

Porta piumini Moncler da sempre ed è stata ritratta spesso. Un altro volto importante è Carolina di Monaco, appassionata di Moncler, prima ancora che l’acquistassi io.

Pure quel piumino nero addosso a quello schianto di Elle Mc Pherson è stato un bello spot.

E’ una delle più belle foto che siano apparse con un piumino Moncler. Elle Mc Pherson stava uscendo dal Cipriani di Londra.

Ma Ruffini, è un uomo soddisfatto della vita?

Molto. Non avrei potuto pensare una vita più bella di quella che ho condotto finora.

E il futuro che sogna?

Creare un’azienda internazionale. L’errore che si può fare oggi è quello di rimanere troppo italiani, troppo europei e non guardare oltre. Serve una visione globale dei mercati. Se penso a Moncler fra qualche anno, la sogno a Tokio o in America, con la stessa notorietà che ha oggi in Europa.

È per questo che ha già spedito i figli a studiare in Inghilterra?

Se uno pensa che il mondo sia la Lombardia, l’Italia o l’Europa, è finito. Viviamo ormai in una realtà globale e se non si hanno gli occhi aperti su America, Giappone, Cina, India non si va lontani. E avere gli occhi aperti significa conoscere le persone che passano per strada, per intuirne le esigenze e le richieste.

Como ha la visione internazionale?

Non so se ha la visione. Io mi limito a guardare i risultati e i risultati non ci sono. Como, una volta, era una grande industria per il mondo, oggi non mi sembra che sia così. Non voglio entrare nell’analisi dei motivi, dico solo che, oggi, Como non è più una azienda interessante per il mondo.

Gli uffici a Milano, il lavoro nel mondo, ma la casa… a Como.

Sono le radici. Nella vita serve avere un punto di riferimento. Si può girare il mondo, ma poi serve un posto dove tornare e quel posto è Como. I miei figli vanno all’estero a studiare, ma poi voglio che abbiano un luogo dove  sentirsi a casa.

E’ vero che il mondo della moda le va stretto?

Sono necessariamente vicino a quel mondo, ma non partecipo alla moda. Quello delle passerelle non è il mio ambiente. Io faccio la mia storia, creo un prodotto, senza seguire le mode.

Chi è Armani visto con gli occhi di Remo Ruffini?

Armani è la moda italiana al di là delle mode. È detto tutto.

E Cavalli, oltre l’amicizia?

Cavalli ha capito come vuole vestirsi la donna sexy italiana.

Lei non potrà mai competere. Lei le donne le veste troppo!

Eppure anche un piumino Moncler può avere il suo lato sexy.

Sarà, ma torniamo a Cavalli.

E’ un uomo determinato che ha lottato per tutta la vita e il vero successo l’ha avuto a 50 anni.

Beh, se va così anche per lei… il meglio deve ancora arrivare.

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