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Nuova guerra sulla grande mostra dedicata a Rubens. A lanciare l'affondo, questa volta, è il consigliere regionale Dario Bianchi (Lega Nord), ex assessore ai Grandi eventi a Villa Saporiti.
Il punto di partenza è sempre lo stesso, cioè i conti. All'appello mancano infatti circa 180mila euro: 50mila della Fondazione Cariplo (che ha contestato dicendo di non aver mai ricevuto richiesta di contributo e che accetta solo richieste scritte, non verbali), A2A (20mila euro), la variazione sulle detrazioni Iva ha inciso per 45mila euro e vanno poi conteggiati maggiori costi in uscita per il personale di guardia nelle sale (pari a 20mila euro) e ulteriori 20mila euro non versati dal Credito Valtellinese. C'è anche l'amministrazione provinciale: invece dei 50mila euro previsti, Villa Saporiti ne ha garantiti solo 35mila, oltre ad alcuni sponsor minori.
«Considerato il fatto che, a partire da gennaio 2010, nessuna richiesta di finanziamento a sostegno dell'evento è mai giunta al servizio provinciale di riferimento, spontaneamente ci si chiede come la Provincia di Como possa erogare un contributo economico senza aver previamente valutato la mancata richiesta - tuona Bianchi - e inoltre più volte da assessore, in sinergia con altri assessori provinciali, ho cercato di definire un maggiore coinvolgimento della stessa amministrazione non solo a livello economico, ma altresì quale attivo soggetto nell'ambito dell'organizzazione e realizzazione delle grandi mostre, senza però mai ottenere alcun responso da parte dell'assessore Gaddi».
Secca la replica dell'assessore alla Cultura di Palazzo Cernezzi Sergio Gaddi: «Al di là della questione evidentemente tecnica del rapporto burocratico tra uffici è del tutto evidente che dopo 7 anni fa francamente ridere che ci si accorga che c'è una mostra alla quale si è sempre contribuito e cioè vale sia per alcuni sponsor pubblici che per alcuni privati e che si eccepisca qualche strano cavillo burocratico tre mesi dopo la chiusura e dopo quattro mesi di esposizione del logo».
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E ci risiamo. Un altra volta ancora una mostra che doveva essere "a costo zero" costa a noi tutti. Costa a chi paga le tasse e a chi chiede servizi minimi (che molto spesso non ha). Non essendo la prima volta che cio' accade, ritengo opportuna una riflessione: Gaddi e' un ingenuo, o e' fin troppo furbo? Premettendo che in ognuno dei due casi, a mio giudizio, bisognerebbe fermarlo, la differenza puo' sembrare minima, ma non e' cosi'. Se non avesse sottoscritto contratti con gli sponsor della mostra (e allora vorrei proprio vedere le determine dirigenziali per capire come e' stato possibile dare il via libera all'evento) sarebbe un ingenuo (o peggio un tonto), poiche' e' ovvio (e proprio lui che e' commercialista ed assessore al bilancio non puo' non saperlo) che una fondazione privata, una grande banca ed un ente pubblico non possono di loro sponte sponsorizzare un evento in mancanza di richieste scritte e formali e di un contratto ben chiaro. Se invece avesse calcolato tutto gia' fin dal principio, e, ben sapendo che gli enti suddetti non avrebbero rinnovato la sponsorizzazione, avesse giocato d'anticipo, rinnovandola de facto? Certo, sarebbe furbo, perche' si sarebbe assicurato la realizzazione della mostra, posticipando il problema economico, ma forse troppo furbo, poiche' e' evidente che la attivita' politica dello stesso Gaddi e' legata a doppio filo all'avvenire delle mostre. Il dire che e' scorretto da parte dei (mancanti) sponsor "rifiutarsi di pagare ora dopo aver fruito del ritorno di immagine assicurato dai loro loghi sul materiale della mostra" e' una risposta ridicola, degna di chi - non sapendo piu' a che santo voltarsi - inizia un' improbabile arrampicata sugli specchi con le mani insaponate. In un comune sull'orlo del default, dovuto soprattutto al mancato introito derivante dagli oneri di urbanizzazione della ticosa e di altri importanti progetti, ma anche da una seria incapacita' programmatica e finanziaria (sempre deleghe di Gaddi), ci mancava solo di trovarsi a dovere coprire quasi 200.000 euro di buco per una mostra. Sara' anche stata una bella iniziativa, ma ne valeva la pena? Il famoso indotto e' piu' che opinabile, mentre quello che e' certo e' la grande visibilita' che ne ricava l'assessore, e non solo lui. Sarebbe ora che qualcuno, seriamente ne chiedesse conto, ma sappiamo bene tutti che la politica, specialmente a Como, specialmente io, e' un teatrino miserrimo e clientelare, in cui anche un attore di spot puo' far la figura di grande regista.
Il solito ritornello che si ripete ad ogni consuntivo di fine mostra. L'assessore Gaddi continua a farsi "bello" (si fa per dire), con i soldi della comunità. Io penso che, chiunque: politico, imprenditore, o capo famiglia, gradirebbe poter avere a disposizione mezzi finanziari illimitati per soddisfare le esigenze: sia della comunità, dell'azienda o della propria famiglia. Se però, le entrate a disposizione sono pari a 10, il buon senso impone di non spendere per 20, salvo sicura bancarotta. L'ineffabile assessore Gaddi continua imperterrito, alla presentazione ad ogni nuova mostra, ad assicurare la copertura finanziaria, salvo poi, in fase di consuntivo, ammettere la "debacle finanziaria". Ritengo assurda pure la sua "litania" sull'indotto benefico che la mostra porterebbe agli operatori comaschi. A questo punto chiedo all'assessore Gaddi, davanti alla sua inscalfibile certezza, di rivolgersi a quegli operatori, beneficiati dalla mostra, e chiedere loro i contributi per il ripiano dei debiti dovuti alla tanto "munifica mostra".
Nuova guerra sulla grandi mostra dedicata a Rubens. Il punto di partenza è sempre lo stesso, cioè i conti. E via di seguito l’appello degli inadempienti. Inutile ogni recriminazione se non si è saputo dare la stessa importanza nel concertare la certezza dei finanziamenti, la convinzione di ogni sponsor e la raccolta fondi. Solitamente il marketing strategico si basa sull'analisi dei bisogni degli individui e delle organizzazioni. Evidente che in un’attività che ha l’obbligo di non destinare i propri utili ai soci, bensì di sviluppare fondi necessari a sostenere un’azione senza finalità di lucro, necessita di una avveduta raccolta fondi. Il «fund raising» trova le sue origini nell'azione organizzativa. Il fund raising è una parola inglese che non è traducibile semplicemente in raccolta fondi. "To raise" ha il senso di: far crescere, coltivare, sorgere, ossia di sviluppare i fondi necessari a sostenere una azione senza finalità di lucro. Infatti il fund raising trova le sue origini nell'azione delle organizzazioni non profit, quelle organizzazioni che hanno l'obbligo di non destinare i propri utili ai soci, ma di reinvestirli per lo sviluppo delle proprie finalità sociali. Tuttavia attualmente il fund raising viene praticato anche da enti e servizi pubblici e da aziende che promuovono iniziative a scopo sociale.
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