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Nuova proroga per le quattro famiglie di stranieri, tredici persone in tutto, genitori e figli, che hanno ottenuto l’asilo politico e da mesi avrebbero dovuto lasciare il Centro di identificazione di Tavernola, trovarsi casa e lavoro. Ora hanno tempo fino al 31 luglio per diventare autonomi. Il mese scorso, dopo trattative e tensioni con l’assessorato ai servizi sociali, tre famiglie sono state sistemate nel Centro per lavoratori in difficoltà a Tavernola e una è rimasta nel Centro di identificazione. È una coppia di afgani, Isaq Sarvary e Fawzich Kamali, lui sarto e lei maestra, una figlia di quattro anni e mezzo e una storia di fughe e di persecuzioni, un futuro che, finora, non è neppure all’orizzonte. Appartengono al gruppo Kasari, lingua ufficiale il facsi, la stessa parlata in Afganistan e in Iran ed è proprio in Iran che erano emigrati durante la guerra civile in Afganistan, il padre di lui desaparecido. In Iran, avevano ottenuto il permesso di soggiorno, ma sono percepiti come “diversi”, essendo Kasari, quindi a rischio più degli altri afgani. La situazione si fa problematica, tornano in Afganistan, dove lei tenta di aprire una scuola: ancora rischi di vita, ancora vessazioni e decidono di fuggire in Occidente: un viaggio avventuroso, attraverso l’Iran e la Turchia, chilometri e chilometri a piedi, frontiere clandestine varcate con l’aiuto dei curdi e approdano in Grecia, versano 6.000 euro ai passatori per raggiungere l’Occidente. Hanno passaporti falsi, cinesi, riescono ad arrivare su un barcone ad Ancona e a raggiungere Roma. Si sono rivolti alla Polizia che li ha inviati a Como, al Centro di identificazione di Tavernola. «Non vogliamo mangiare pane a tradimento», hanno chiarito subito dopo aver presentato la domanda per ottenere asilo. E per dimostrarlo, ad ottobre si sono iscritti al Centro di educazione per adulti, Eda, in via Tommaso Grossi, per imparare l’italiano: per mesi, hanno superato le distanze fra Tavernola e il Centro a piedi, quando non ci sono stati più i soldi per l’autobus. Non c’è il dizionario facsi- italiano, sottolinea Anna Spazzi, coordinatrice dei docenti d’italiano, seconda lingua per l’integrazione, «ma hanno imparato, sono stati promossi, sono due persone affidabili, mi sento di garantire per loro», è decisa, orgogliosa quando parlano usando correttamente anche il congiuntivo. Da gennaio, da quando hanno ottenuto lo status di rifugiato politico, ogni mese leggono il cartello: «Alla fine di questo mese, dovete lasciare il Centro» e ogni giorno è un’angoscia. «Se non troviamo un lavoro - affermano - non troviamo la casa. Come facciamo?». Come fanno?
«Hanno il permesso di soggiorno. Si iscrivano al Centro per l’impiego, si rivolgano alle agenzie interinali: il Comune non è un ufficio di collocamento. Garantisce l’ospitalità temporanea e l’ha garantita ben oltre la scadenza», osserva Paola Suriano, dirigente dei Servizi Sociali. Ma chi suggerisce questi giri, chi compila queste domande? «Al Centro di Tavernola - conclude la dottoressa Suriano - ci sono 13 operatori che hanno questo compito, non sono solo custodi dell’edificio». Ma la Cooperativa “Impegno sociale” che gestisce il Centro attende per mesi i rimborsi e non è più in grado di anticipare spese. «Grazie per tutto quello che avete fatto per noi - dicono Isaq e Fawzich - se trovassimo un lavoro, non chiederemmo più niente. Aiutateci».
Maria Castelli
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