Venerdì 14 giugno 2013

Teresa dieci anni dopo

Il killer fuori dal carcere

Teresa Lanfranconi venne uccisa a coltellate quando aveva soltanto sedici anni

Iniziamo da lui, Giovanni Gambino, 29 anni da Anzano del Parco, quello “strano”, come si diceva all’epoca, segaligno, taciturno, imperscrutabile, con la “fissa” delle ragazze.

Dieci anni dopo se ne sono quasi perse le tracce. Dopo avere trascorso qualche anno in carcere, a Vigevano, Giovanni oggi è “ospite” dell’ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano, una struttura - al pari di altri “Opg” italiani - di rara efficienza, nonostante il gran dibattere che si fa a proposito di una loro eliminazione. L’ultima apparizione in pubblico del ragazzo che il 18 giugno del 2003 uccise Teresa Lanfranconi, 16 anni, risale alla sentenza emessa dalla Corte d’appello di Milano, che il 6 giugno del 2005 ridusse di pochi mesi la condanna inflitta in primo grado.

Se la “cavò”, per modo di dire, con 17 anni e otto mesi, combinazione di quattro reati contestati e assorbiti in un unico processo: l’omicidio aggravato di Teresa, il furto della sua borsetta - che fu poi ritrovata nei bagni della stazione Cadorna di Milano, prima tappa di una fuga folle e quasi pittoresca -, una rapina commessa una quindicina di giorni prima ai danni di un’altra ragazzina in quel di Cantù, e la calunnia, una quasi bazzecola rispetto al resto, ma che gli venne comunque (e giustamente) contestata poiché, dopo l’arresto, cercò di difendersi sostenendo che a uccidere fosse stato un altro, il solito « marocchino».

Oggi il decennale della morte di Teresa, libera a Mariano fantasmi mai del tutto esorcizzati, conseguenza di una stagione orribile che all’epoca portò la città a spasso per il mondo, con il suo piccolo record di delitti - il piccolo Claudio Hoxha, ucciso da un adolescente in un bosco, Wanda Calzari, addirittura decapitata, Vincenzo Ferraro, ammazzato per un tavolino dal vicino di casa - che in pochi mesi scardinò tutti gli indici statistici ministeriali.

Contro Teresa remò il destino: morì in un istante in un pomeriggio afoso, mentre percorreva un vicolo - via dei Vivai - diretta a una festa di compleanno. Biondissima, bellissima, qualche timida e tenerissima esperienza come fotomodella, lavorava nel negozio dello zio da cui, quel giorno, era uscita un po’ prima. Giovanni la avvicinò come aveva fatto tante, troppe altre volte con altre coetanee. Nessuno saprà mai come andarono esattamente le cose, benché la sentenza lo abbia poi riconosciuto colpevole dell’assassino aggravato dalla tentata violenza sessuale. Teresa cadde a terra con una piccola ferita alla gola, inferta all’altezza della giugulare con un coltellino che sarebbe bastato a dissanguarla in un momento. Chiese aiutò, gridò, ma nessuno poté sentirla. Non gli operai che lavoravano nel capannone accanto, non i passeggeri della stazione, non i ragazzini che correvano via in motorino al sole di quell’assaggio d’estate. Gambino intanto aveva già preso il volo. Treno per Milano Cadorna, poi chissà. Giorni di silenzio e di terrore, oltre che di dolore.

La svolta arrivò da Erba. I genitori di Giovanni si presentarono al comando stazione dei carabinieri: «Nostro figlio è scomparso». Allora come oggi, da quelle parti comandava Luciano Gallorini, che di Gambino e delle sue piccole imprese, di quella sua “fissa” per le ragazzine, conservava perfettamente memoria.

Un’altra ne aveva fatta qualche settimana prima, proprio a Erba, aggredendo una commessa in un posteggio. Fu la svolta. E quando finalmente il cellulare di Teresa tornò raggiungibile, i carabinieri chiamarono: «Vieni a casa, i tuoi ti cercano».

Giovanni sorrideva alla vita alzando le braccia al cielo sulle montagne russe di Gardaland. Lo arrestarono lì, ai piedi di quell’ottovolante, ancora prigioniero dei suoi spettri.

Stefano Ferrari

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