Salone del Mobile in rivolta
"I cinesi copiano i modelli"

Gli imprenditori del mobile della Brianza comasca hanno denunciato casi sempre più numerosi di visitaori cinesi che fotografano con macchine o telefonini i modelli esposti al Salone per poi riprodurli tali e quali. Il caso di un catalogo interamente copiato e riproposto ai clienti.

Milano - Il proprio catalogo, dalla prima all’ultima pagina. I modelli studiati, testati e poi prodotti in azienda. Persino la fotografia del designer che l’ha disegnata. L’unica differenza, il nome dell’azienda che propone la collezione. Azienda cinese. E, ovviamente, i prezzi di vendita, molto più bassi. Episodio reale, raccontato con sconforto dal titolare dell’azienda «I quattro Mariani», Stefano Mariani, che da solo basta a comprendere piuttosto bene il senso di frustrazione che accomuna tutti i produttori del territorio presenti in questi giorni al Salone del Mobile di Milano. E non solo loro. Tanto da spingerli - quasi in forma di rivolta - a chiedere ancora una volta di essere maggiormente salvaguardati, agevolando e promuovendo la tutela della proprietà intellettuale. Ma anche in maniera concreta: nella sei giorni dedicata all’arredo in corso alla Fiera di Rho si mostrano per la prima volta al pubblico delle grandi occasioni, alle centinaia di migliaia visitatori in arrivo da tutto il mondo. Anche a chi arriva armato di intenzioni predatorie. E di macchina fotografica. Tanto che, è stato esplicitamente chiesto di installare dappertutto evdienti cartelli per vietare di scattare fotografie. E il divieto è chiaramente scritto in inglese e in cinese. Perché sono proprio loro, gli orientali, i più temuti. «Anche se impedirglielo è impossibile - raccontano rassegnati alla canturina Jumbo - perché c’è persino chi finge di inviare un messaggio e in realtà, col cellulare, scatta una foto». I tempi in cui gruppi con gli occhi a mandorla venivano invitati a lasciare gli stand, dopo essere stati colti sotto tavoli e dietro armadi a immortalare ogni dettaglio di viti e cerniere, sembrano formalmente passati. Formalmente. Ma il sentimento preponderante è la rassegnazione. «La nostra esperienza in questo senso non è significativa - racconta Giulio Meroni di Meritalia - Ci è capitato di vederci ordinare dalla Cina un solo container di merce, giusto per avere i modelli, e poi niente più. L’unico strumento per difenderci restano gli avvocati, ma servono tanto tempo e tanto denaro». Senza contare la rabbia. I danni, in termini economici, non si possono quantificare, perché il sottobosco in cui prolifica la copia resta spesso nascosto. Certo è, però, che quando un modello molto buono vende meno delle aspettative, la risposta è nascosta proprio lì. «Oggi registrare un brevetto - riconosce Beatrice Fumagalli di Former - costa molto, troppo. Inoltre basta una modifica minima, e che agli occhi del cliente forse è persino impercettibile, perché il brevetto sia eluso». Vie d’uscite, insomma, non se ne vedono troppe. La più praticata, per ora, sembra essere puntare sempre più in alto. Dove la produzione a basso costo - almeno per il momento - non arriva. «Per quanto ci riguarda - spiega Ferdinando Pessina, export manager di Lema - ci riferiamo a una clientele matura, una borghesia che sia in grado di scegliere consapevolmente ciò che vuole e di apprezzare la qualità del prodotto». Design, qualità, dettagli, finiture: il mantra scaccia «made in China» che si sente ovunque. «E’ inevitabile essere copiati - riconosce Manuela Catelli, responsabile comunicazione di Poliform - e in un certo senso è un riconoscimento del proprio valore. Per proteggerci investiamo molto in ricerca e innovazione, ma occorre anche diffondere la cultura della qualità. Affiancare su una rivista del settore un nostro prodotto e uno di qualità decisamente più bassa ma d’aspetto simile senza spiegare quali siano le profonde differenze, per esempio, non aiuta». Il messaggio è semplice, la forma e la sostanza non sono la stessa cosa. «E poi - sottolinea Mauro Marelli, marketing director di Porro - forse si può copiare l’aspetto di un nostro prodotto, ma non il nostro mondo estetico, perché servirebbero la nostra storia, la nostra esperienza, la manualità dei nostri lavoratori».
Silvia Cattaneo

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