Chi sbaglia non può

ripresentarsi alle elezioni

Io non c’ero. E se c’ero, dormivo. E se dormivo, sognavo di non esserci. E di certo non è colpa mia. È colpa di qualcun altro. È sempre colpa di qualcun altro, in questa repubblica – e in questa città – delle banane. E quindi tutto passa, tutto svapora, tutto si dimentica. Tutto si condona. Tutto, soprattutto, si ricicla, si rassetta, si rivernicia per ripresentarsi, duri, puri, algidi, immacolati, cristallini e adamantini, come se niente fosse stato, niente fosse accaduto e si fosse appena atterrati su Como dal pianeta Marte.

Qualcuno ha governato questa città, negli ultimi decenni. Così dicono. Qualcuno ne ha ricevuto la responsabilità, investito dal voto popolare, spesso bulgaro, e ha avuto l’onere di prendere decisioni politiche e amministrative dirimenti. E di quelle, ora, deve rispondere. Nel bene e nel male. Qualcuno ha preso la barra e piegato la vela del Comune sul caso Ticosa e sul caso paratie, le due vergogne nazionali che sono ormai il marchio di fabbrica, il genius loci di Como. Altro che Terragni e Sant’Elia. Qualcuno, in giunta e in consiglio, ha deliberato, ha firmato, ha timbrato, ha finanziato. Ha distrutto. E poi non ha risolto. Capita. Capita a tutti. Chi lavora, sbaglia. Ma chi sbaglia, paga. E soprattutto, chi sbaglia, non può, non deve ripresentarsi alle elezioni, dopo aver deliberato e firmato e timbrato e finanziato, insomma, dopo aver governato, promettendo la soluzione di un problema che lui ha creato o che, comunque, non ha superato. Non si fa così, nelle città serie. È una questione di credibilità. E anche di decenza, in certi casi.

E invece ci riprovano. Su “La Provincia” di oggi leggerete una lista di candidati alle prossime elezioni comunali. Ci sono alcuni ex assessori delle giunte Botta, Bruni e Lucini, amministratori che hanno rivestito un ruolo attivo, un ruolo da protagonisti nelle scelte, quasi sempre sbagliate, spesso scellerate, che hanno portato al disastro Ticosa e al disastro paratie. Come fanno a ricandidarsi ora? Con quale credibilità? Con quale faccia? Perché i partiti che li ospitano non gli hanno posto questa semplice, imprescindibile domanda? Perché hanno offerto ai movimenti civici dei Cinque Stelle e di Rapinese questa prateria nella quale potranno facilmente e giustamente fare carne di porco della solita casta che mangia, spreca, disintegra e al contempo pensa di essere eterna e impunita? E perché mai, soprattutto, i comaschi dovrebbero credergli ancora, perché dovrebbero rivotarli, visto che assicurano di sistemare un pasticcio che loro stessi hanno infiocchettato?

Qualche mese fa si era iniziato ad annusare nell’aria che la lezione non era servita e che ci saremmo trovati di nuovo di fronte all’ennesima operazione trasformistica, tesa a imbellettare, a ovattare, a incipriare un passato impresentabile. Ma il passato non passa. E la politica non cambia. Non è un giudizio. E’ un fatto. Una constatazione storica. La nostra politica ha manifestato una tale inettitudine – e la società civile, diciamoci la verità, una clamorosa e colpevolissima tendenza alla delega in bianco, al menefreghismo - che, sul caso paratie, ha dovuto pensarci questo giornale, grazie a due campagne di stampa, a sollevare il caso fino ai media nazionali e internazionali. E a obbligare Regione Lombardia a un’opera di rimozione delle grate del lungolago che verrà completata – così è stato promesso e garantito - entro il 30 giugno prossimo.

Prima del nostro intervento, tutto fermo. Tutti a elaborare grandi strategie, a promettere questo e a promettere quest’altro, a chiacchierare, a straparlare, a farfugliare, a trombonare. Intanto, sul lungolago, tutto fermo. Per anni. E intanto questi - i fenomeni, gli scienziati, i cervelloni - sempre lì a millantare, a brigare, a trescare, a doroteizzare. A troncare e a sopire. E questi qui, questi che hanno creato il disastro e questi che poi l’hanno addirittura aggravato cercando maldestramente di risolverlo, invece di ringraziare il giornale leader del territorio per aver avviato la soluzione del problema, o di andare preferibilmente a nascondersi dentro una buca per i prossimi vent’anni, li becchi ancora in giro oggi a concionare e a salmodiare e a sermoneggiare e a catoneggiare con il ditino alzato sulla demagogia di questo giornalaccio che mette in discussione la supremazia della politica, il suo ruolo imperituro e la sua preclara visione che traguarda ben altri problemi e ben altre questioni vitali e irrinunciabili e bla bla bla. Che impudenza. Che mostri. Che facce di bronzo. Che quaquaraquà.

Ora, la questione non è personale. È politica. Anche perché, se è vero che tra i “ricandidati” ce ne sono alcuni impresentabili assai, è anche vero che ce ne sono altri che non lo sono. E tra questi, vale davvero la pena di ricordare l’assessore Bruno Magatti, persona molto seria e molto competente, verso la quale chi scrive questo pezzo – che in quanto bifolco venuto giù dal Resegone, scrive sempre quello che pensa - nutre una stima sincera. Ma il punto non è questo. Il punto è che bisogna rispondere sempre del proprio operato e che il centrodestra e il centrosinistra – il peptide del potere lariano - non possono assolutamente pensare di cancellare con un colpo di spugna tutto quello che è stato combinato da loro in questa terra magnifica e derelitta. Certo, Landriscina e Traglio sono nuovi, ma quanta fuffa, quante salmerie, quanti traffichini, quante incompetenze e responsabilità pregresse si muovono nelle loro retrovie? Non è più tempo di riformismi e di gradualismi in questa città. Sarà meglio che i due favoriti (ma sarà davvero così?) si ricordino l’aforisma di don Brusadelli - un direttore di quelli veri - stampato sotto la testata de “L’Ordine”, il nostro inserto culturale della domenica: “Como è adatta per tutto, anche per una rivoluzione”. Ecco, i tempi dei riciclati e dei piccoli passi sono finiti. Il prossimo sindaco, se vorrà salvare Como, non potrà non essere un rivoluzionario.

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