Il governo risponda

in fretta a quei tablet

Sarà il conto della serva: ma il 95% dei sì al referendum sull’autonomia in Lombardia spalmato sul 38,25% del corpo elettorale che si è recato alle urne domenica significa che sono circa un terzo i lombardi che anelano una maggiore autonomia soprattutto (perché è la cosa che conta) in materia finanziaria e fiscale. Per Roberto Maroni che aveva con prudenza fissato al 34% l’asticella per considerare il test superato, potrebbe anche essere una vittoria che, con ogni probabilità, lo spingerà alla riconferma sulla principale poltrona della Regione. Gli altri possono valutare questo dato come pare a loro. Di certo non si è trattato di un plebiscito e neppure di un risultato dirompente come quello ottenuto in Veneto dove, oltretutto, Luca Zaia aveva azzardato la scommessa del quorum al 50,1% dei voti.

Certo, le due realtà sono molto diverse. Un cittadino dell’indimenticata ex Repubblica di Venezia è solito definirsi veneto più che padovano, vicentino, trevigiano ecc... Da noi è più immediato sentirsi comaschi, lecchesi o valtellinesi e valchiavennaschi che non lombardi. Il dialetto veneto è quasi una lingua ed è tuttora parlato in maniera diffusa. L’idioma lombardo è caduto in disuso e viene trattato come una specie in via d’estinzione. Ma questo non è del tutto sufficiente a interpretare le differenze nel voto di domenica. Quello espresso dagli elettori a Est dell’Adda è stato un voto più identitario che non politico. Nella nostra regione è avvenuto il contrario. La percentuale di coloro che hanno scelto di non rimanere a casa corrisponde grosso modo alla somma elettorale delle due forze politiche che hanno promosso e sostenuto il referendum, Lega e Forza Italia. Le percentuali di affluenza sono state più alte nei territori dove (forse l’eccezione è Varese) il Carroccio è storicamente più forte e radicate. Quelle più basse (vedi Milano) nelle aree a minore densità leghista.

Gli elettori del Movimento Cinque Stelle, che pure si era espresso in favore del referendum in quanto istituto di democrazia diretta, sono rimasti a casa. Pochi tra quelli del Pd hanno dato ascolto a quei sindaci come il bergamasco Giorgio Gori che invitavano ad andare a votare sì.

Insomma, per ora, come non era difficile immaginare, il referendum è servito a chi lo ha promosso: a Maroni e soprattutto a Zaia il cui già rilevante peso specifico negli equilibri della Lega Nord è di molto cresciuto rischiando di creare un bel problema alle ambizioni di premiership di Matteo Salvini. Così come la differenza degli esiti nelle due Regioni potrebbe determinare una reazione a catena degli esiti imprevedibili in una Lega da sempre “lombardodiretta”.

E il risultato comunque, dovrebbe far suonare un poderoso campanello d’allarme nel Pd che sta continuando a dilapidare corpose quote di quella rappresentanza del Nord che era riuscito a conquistare nei primi anni della segreteria di Matteo Renzi. Del resto, la strategia del partito sul referendum si è ispirata ancora una volta al signor Leopold von Sacher-Masoch, con sindaci del Nord irrilevanti da una parte e ministri altrettanto da quella opposta.

E ora, chi ha avuto la benevolenza di seguirci fino a qui e magari domenica è andato a premere il pulsante del sì sul tablet per il voto, potrebbe legittimamente chiedersi, adesso, cosa gli verrà in tasca e se gli arriverà qualcosa, al di là dei benefici e delle iatture che pioveranno sui partiti. A questa domanda faranno bene a rispondere in fretta non solo Maroni ma anche il governo. Perché comunque lo si voglia leggere, l’esito del referendum è un segnale preciso che arriva a Roma da una buona fetta di quel Nord laborioso che si riscopre inquieto e invoca una maggiore giustizia negli squilibri economici del Paese.

La lunga crisi, infatti, ha dato mano libera al livello centrale per operare ulteriori giri di chiusura al rubinetto dei trasferimenti su quelli periferici. Delle nostre tasse, insomma, ne sono state trattenute sempre di più. In compenso si è dato facoltà agli amministratori locali di tosare i cittadini per compensare le differenze.

Per non sprecare del tutto le ingenti risorse e gli sforzi degli elettori lombardi e veneti, perciò, il referendum deve essere la chiave per aprire i forzieri romani. E a forgiarla dovrebbero contribuire tutti i partiti, non solo i promotori del quesito.

Quello del residuo fiscale, su cui si gioca la partita, è un piatto ricco in cui tanti si ficcano o vogliono ficcarsi. Se Maroni riuscisse a rispettare l’impegno di farne tornare la metà sarebbe una colata di grasso clamorosa. L’onore più grosso tocca certo ai vincitori del referendum, ma anche gli altri farebbero bene a darsi una mossa. Perché comunque da domenica le distanze tra la Catalogna e quantomeno il Veneto si sono accorciate parecchio. E si sa che da cosa nasce cosa.

f.angelini@laprovincia.it

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