Le vite misurate  sul ritardo di un treno

Le vite misurate

sul ritardo di un treno

Vite umane che si misurano in minuti di ritardo del treno. A questo, più o meno, siamo arrivati. Sabato, giornata dedicata alla bellezza perduta, e che vogliamo ritrovare, del nostro lago, una poetessa tra le più brave e riconosciute in Italia, Donatella Bisutti, arriva a Como da Milano con un’ora di ritardo. E non sa perché: nessuno glielo ha detto, né durante la corsa né all’arrivo in stazione. Purtroppo, le riferiamo, i ritardi segnati sul tabellone di Como San Giovanni diventano sempre più spesso una spia di tragedia: fino a 221 minuti si erano accumulati, solo pochi giorni fa, prima per l’altro migrante folgorato sopra il treno diretto in Svizzera del 27 febbraio e poi per l’uomo morto sui binari a Cucciago il 7 marzo. La reazione di lei non può che essere addolorata ed esterrefatta. Chiede perché. Perché nessuno ha controllato, visto che si sa, perché i profughi tentano comunque di fuggire in questo modo, anche se ormai dovrebbero conoscere i rischi che corrono per la loro stessa vita, ma soprattutto perché non si riesce a risolvere questo problema dei migranti che da quasi un anno si stanno bloccando a Como come in un imbuto.

Già, non sono più i tempi della Grande depressione, quando negli Stati Uniti migliaia di disperati viaggiavano sui tetti dei treni passeggeri, “legati a una maniglia con la sola cintura”, per citare un libro che sarebbe utile rileggere di questi tempi (“Americana. Storie e culture degli Stati Uniti dalla A alla Z”, Il Saggiatore), con una scheda dedicata ai “vagabondi”, il cui peregrinare clandestino sulle ferrovie è diventato iconico in letteratura e anche al cinema.

Oggi i treni non vanno a carbone, ma con l’elettricità, e giustamente qui a Como siamo orgogliosi che la si debba all’invenzione della pila fatta dal nostro illustre concittadino Alessandro Volta, però se vai a mettere le mani là, sul tetto del treno, dove passa l’elettrificazione, difficilmente avrai scampo. Tutto avviene in maniera rapida, automatica, irrimediabile: non per niente la sedia elettrica, per tornare agli Stati Uniti che nell’ultimo secolo sono diventati punto di riferimento per il mondo intero, fu inventata (da Thomas Edison come la lampadina) alla fine dell’Ottocento per rendere la morte di stato più “indolore” ed “efficace” rispetto all’impiccagione, peraltro prendendo spunto da un terribile fatto di cronaca, ovvero la folgorazione di un disoccupato, che aveva cercato di sabotatore la centralina elettrica della compagnia che lo aveva licenziato.

Questi riferimenti lontani nel tempo e nello spazio possono sembrare divagazioni oziose, di fronte a vite perdute o gravemente danneggiate, ma vorrebbero far capire che, quello che sabato è successo sul treno diretto da Como verso la Svizzera è un fatto di civiltà, e di cultura, che ci riguarda tutti come esseri umani.

Il sogno di raggiungere la Svizzera e una vita migliore, che deve aver spinto quel ragazzo ad arrampicarsi sul tetto del treno, è durato, amara ironia della sorte, il tempo di tre poesie, che proprio in quel momento stavamo leggendo sul palco di piazza Cavour.

Difficile rispondere alle domande della poetessa che, a causa del ritardo del treno, è arrivata quando gli alti “colleghi” ormai avevano lasciato la piazza. Ancora più difficile dare una lettura di tutto questo ai ragazzi: i nostri figli, i loro amici, o quelli che ieri hanno a propria volta portato la loro voce davanti al lago violato, perché credono ancora che la bellezza possa salvare il mondo. Mi accorgo che tutti i libri scritti da persone che stimo per spiegare qualcosa ai propri (e anche ai nostri) figli, dal razzismo alla costituzione, non contengono una risposta adeguata. Non so nemmeno dire, per rimanere alle questioni più concrete e quotidiane, se qualche responsabilità per mancata sorveglianza l’abbiano le diverse forze dell’ordine che pattugliano stabilmente Como San Giovanni da luglio del 2016, quando si accamparono lì i primi profughi eritrei.

Ma, ripeto, non ho risposte, solo tre consigli di lettura, perché dopotutto anche io credo ancora che la bellezza delle intelligenze e delle sensibilità che sono venute prima di noi e che ci stanno attorno, possano aiutare ad abbattere muri. E non solo sul lungolago. Il primo libro è “Don Guanella. Voglia di bene” di Mario Sgarbossa, che ci ricorda come il San Luigi, nella cui casa madre di via Grossi a Como ancora oggi si accolgono poveri e migranti al motto “né stranieri, né ospiti”, commentando il patriottismo in voga al tempo, scrisse che la patria “l’amano i pietosi che asciugano le lacrime dell’esule” (allora gli esuli erano i nostri migranti oltreoceano, ora sono quelli che arrivano da oltremare). Il secondo è “Le memorie di un valdese” del pastore svizzero Guido Rivoir, che nel 1974 fece passare illegalmente 393 profughi cileni attraverso il confine, fu per questo processato e infine assolto perché il giudice riconobbe che «l’intento di prestare concreto soccorso ai profughi perseguitati e alle loro famiglie appare manifestamente onorevole anche alla luce dello spirito della legislazione e delle tradizioni svizzere in questa materia». Quali affinità e differenze tra la situazione di allora e quella di oggi?

Il terzo non può che essere “Furore” di John Steinbeck, consigliato anche ai governanti che giocano con gli esuli come fossero palline da pingpong (quelli italiani che li rispediscono da Como a Taranto e quelli europei che non li fanno passare oltre Ponte Chiasso): non stupitevi se poi li ritrovate di nuovo qui a Como, sul tetto di un treno, a rischiare la morte per passare in Svizzera. Il fenomeno può solo crescere, perché “nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia”, come scrisse il premio Nobel del 1962 nel suo libro più famoso. E, soprattutto, non dimentichiamoci mai, come scrisse sempre Steinbeck nel suo capolavoro, che “tutto quello che vive è sacro”.

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