L’esperienza genera

sapienza se è reale

Esiste qualcuno che non avrebbe voluto fare l’alternanza scuola/lavoro nella bottega di Leonardo da Vinci?

Tra le tante cose dipinte, progettate e scritte dal genio toscano vi è anche una frasettina nel Codice Forster III, vergata con quella sua impenetrabile scrittura rovesciata che oggi lo fa ritenere un presunto dislessico (brillantemente autocompensatosi, si direbbe), che appare un buon punto di partenza per ragionare su quanto sia importante non vivere tutto il percorso scolastico solo sui libri: «La sapienza è figliola della sperienzia».

Oggi l’aggettivo “esperienziale” è abusato, soprattutto nel campo del marketing turistico, dove però, nonostante i limiti intrinsechi a tante esperienze proposte, pare essere molto “trendy” (giusto per rimanere nel campo dei termini abusati): non basta accarezzare una mucca in una malga per essere un casaro, raccogliere tre grappoli d’uva durante la vendemmia per rubare il mestiere al vignaiolo o girare la macina di un mulino trasformato in museo per capire la vita, e la fatica, dei mugnai. Eppure proposte di esperienze di questo tipo si moltiplicano - per fortuna accanto ad altre molto più efficaci - e sembrano essere gradite ai turisti di ogni latitudine. Fa invece più fatica a trovare una propria ragion d’essere, il dato esperienziale, nella scuola italiana.

A due anni dall’entrata in vigore della legge 107/2015, la cosiddetta “Buona scuola”, da un’indagine della Cisl, il 50% delle 200 ore di alternanza scuola-lavoro previste per gli studenti dei licei e le 400 per gli alunni degli istituti tecnici e professionali, vengono passate in classe per mancanza di enti e aziende disponibili ad accoglierli. Dall’altro lato, il sindacato studentesco (Uds) afferma che, in base a un monitoraggio effettuato su 15mila ragazzi di nove regioni italiane, il 57% dichiara di aver «partecipato a percorsi di alternanza non inerenti al proprio percorso di studi». Insomma, tempo buttato, a volte anche con diritti negati, a partire da quello di essere seguito da un tutor. Per non parlare di casi denunciati come “sfruttamento”: dalle pulizie alle fotocopie, passando per la frittura di patatine, fioccano segnalazioni di lavori non graditi accollati agli studenti.

Lo stesso Leonardo, giusto per sdrammatizzare un po’ la bocciatura di quella che era una delle innovazioni più attese della “Buona scuola”, ci insegna che non è sempre facile creare una sintonia a prima vista tra il maestro e il garzone, oggi sostituiti da tutor e studente: anche Gian Giacomo Caprotti, che poi sarebbe diventato l’allievo prediletto del genio vinciano, non cominciò prendendo in mano un pennello e nemmeno sentendosi lodare dal sommo maestro. «Il secondo dì - annota Leonardo nel “Manoscritto C” - gli feci tagliare due camicie, un paro di calze e un giubbone, e quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella...». Sul margine aggiunse un giudizio tanto netto, quanto non definitivo, visto il fulgido prosieguo della loro collaborazione: «Ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto».

Ma usciamo dalla bottega milanese di Leonardo per tornare in classe. Che l’esperienza sia una modalità di apprendimento fondamentale non si può mettere in dubbio: applicarla durante le vacanze ed evitarla, invece, come peraltro si è fatto per decenni, nel luogo formativo per eccellenza, la scuola, appare discretamente folle. Mentre si dibatte sull’introduzione del servizio civile obbligatorio, ritenendo che i ragazzi abbiano bisogno di sperimentare se stessi e le relazioni con il prossimo, in ambiti che non siano soltanto la classe e i social network, tornare indietro rispetto alla connessione con il mondo del lavoro creata dalle legge del 2015 sarebbe anacronistico.

Semmai bisogna lavorare con maggiore sinergia, da ambo le parti, la scuola e la società, prendere l’alternanza un’esperienza più valida e fattiva, cominciando dal raccontare le tante buone pratiche sparse per il Paese. Le intenzioni della “Buona scuola” sembrano bellissime, sulla carta: «Non solo imprese e aziende - si legge-, ma anche associazioni sportive e di volontariato, enti culturali, istituzioni e ordini professionali possono diventare partner educativi della scuola per sviluppare in sinergia esperienze coerenti alle attitudini e alle passioni di ogni ragazza e di ogni ragazzo». Quanti hanno colto - ripeto, su entrambi i fronti - quest’apertura come un’opportunità?

Il malcontento, va precisato, riguarda i liceali in misura maggiore rispetto agli studenti dei tecnico-professionali. Il dato non sorprende: l’abisso tra i licei e il mondo del lavoro, a volte anche solo tra i licei e la realtà (lo diceva anche un grande professore di Diritto Romano, che il primo giorno di lezione portava gli studenti al museo a leggere le iscrizioni sulle tombe), è atavicamente più ampio rispetto a quello di scuole che l’idea dell’avviamento al lavoro l’hanno nel Dna.

Visto che si parla di esperienza, mi permetto un accenno alla mia e, soprattutto, mi permetto di rivolgere un grazie all’insegnante di religione che a 17anni diede l’opportunità a me, agnostico (sembrano dettagli irrilevanti, ma lui non era ritenuto un insegnante fondamentale e io uno studente allineato), di fare , per l’appunto, un’esperienza significativa: scrivere e condurre un programma di attualità in radio. Un anno e mezzo di lavoro gratuito, che però è stato utile per maturare una vocazione e trovare il modo di fare quello stesso lavoro retribuito, a volte pure con umana soddisfazione, nei 20 successivi. Ma, soprattutto, quell’esperienza fu di utilità immediata per dare una diversa - più concreta e produttiva - dimensione allo studio, a me stesso e pure all’Iperuranio di Platone che stavamo affrontando in filosofia.

Certo, leggendo un “Progetto formativo stage/alternanza” , ovvero il “contrattino” sottoscritto da uno studente e da un’azienda ospitante, viene il dubbio che sia davvero possibile fare un’esperienza come la mia, laddove si scrive che «lo stage non dovrà avere finalità produttiva, ma solo obiettivi didattici». Fatto salvo il rispetto per la dignità dei lavoratori, se la stessa Uds (filiazione della Cgil) è arrivata a chiedere di poter lavorare davvero nei progetti di alternanza, senza sottrarre mansioni ai lavoratori veri, vorrà dire qualcosa. La sapienza è figliola dell’esperienza, come diceva Leonardo, e per fare esperienza bisogna, per l’appunto, fare. Non limitarsi a guardare chi fa.

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