Manovra: lo slalom
di Renzi tra le mine

Il futuro non è una minaccia, è “un’opportunità”. All’insegna di questo slogan, Matteo Renzi gioca la sua giornata tutta all’attacco, facendo lo slalom tra le mine disseminate sul campo: dagli attesi verdetti di Quirinale e Ue sulla manovra da 36 miliardi del governo, al braccio di ferro con i falchi del rigore Barroso-Van Rompuy che da domani aspetta il premier al Consiglio Europeo di Bruxelles (mentre il neo eletto presidente della Commissione Junker apre alla «flessibilità con regole”), fino al boicottaggio interno al Pd della Leopolda, alla partita con i grillini sulla Consulta e a quella sull’Italicum con Silvio Berlusconi (che torna in campo dopo un lungo silenzio e non chiude la porta sul premio alla lista e non alla coalizione).

Giornata complessa e piena di tranelli, quella di ieri. La legge di stabilità, dopo i rilievi di ieri, arriva in serata al Colle con la “bollinatura” della Ragioneria dello Stato ed il pranzo di Giorgio Napolitano con Renzi e i suoi ministri, tradizionale vigilia dei vertici europei, viene in parte dedicato a riflessioni sulla manovra. Sembrava in forse poi l’incontro con le Regioni a Palazzo Chigi (poi confermato) e si fa attendere per tutta la giornata la lettera con le richieste di chiarimento dell’Europa su coperture della manovra, contenuti delle riforme, misura della correzione del deficit.

Ma Renzi - mentre al Senato il governo chiede il voto di fiducia sulla riforma del processo civile e si avvia a fare altrettanto sullo Sblocca Italia - parla in Parlamento e, alla vigilia del Consiglio Europeo, depotenzia l’attesa. Non siamo “osservati speciali» e l’Europa, dice il premier, non è una “cattiva matrigna”, ma “casa nostra”. Sbagliato perciò «evocare minacce», temere rilievi. L’Italia a Bruxelles porta la sua voce “senza subalternità», soddisfatta di aver mantenuto gli impegni e di aver aperto i cantieri delle riforme «perchè lo vuole e non perchè l’Ue lo intima». Del resto «cambiano le poltrone e cambiano le politiche», quindi è importante che la Commissione Junker proprio oggi apra ad una «flessibilità governata dalla regole».

Renzi prende in mano tutte le partite. A Silvio Berlusconi, - che nicchia sulla legge elettorale e sul premio alla lista e chiede di riesaminare i patti del Nazareno senza accelerazioni - Renzi risponde con un vertice a Palazzo Chigi con il ministro Boschi ed i big del Pd, dove conferma di voler andare all’approvazione dell’Italicum entro l’anno, insistendo sul premio alla lista e non alla coalizione (che meglio lo aiuterà a realizzare quel Pd a vocazione maggioritaria che ha in mente).

E un messaggio chiaro - certo non limitato alla vicenda in questione - il premier lo manda anche intervenendo per sbloccare un Parlamento impasse, dopo 20 votazioni a vuoto sui nuovi giudici della Consulta. Ai grillini Renzi propone di scendere dal piedistallo ed eleggere due giudici per la Corte Costituzionale dal profilo tecnico, meglio se donne, lasciando in cambio a M5s la scelta sul posto al Csm che spetterebbe al Pd. Rifiuto del baratto ma innegabile apertura politica dei pentastellati: «Faccia i nomi e poi vediamo». Se funzionasse, se i grillini accettassero di fare politica usando i loro voti in Aula, si aprirebbero nuovi scenari.

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