Regalate al Pirellone
un libro di storia

La storia, anche quella che viene da lontano, ci racconta che quando i potenti si sono messi a tracciare i confini sulle carte geografiche, hanno quasi sempre “ciccato”: errori madornali con conseguenze disastrose e dolorose per tanta gente. Pure adesso questa schizofrenia di voler tracciare confini sulla nostra bella terra subalpina lombarda onde sostituire le Provincie con i Cantoni, ha tutta l’aria di portare impunemente verso qualche disastro, o perlomeno a grandi disagi e tante difficoltà. Anche se, ovviamente, non è il caso di temere catastrofi, tragedie, o guerre, come quelle di cui la storia tanto ci parla. Comunque anche questo progetto dei Cantoni e dei loro confini qualche rischio di finire nella storia lo corre: non per motivi cruenti o tragici, ma per quel senso di amaramente ridicolo che accompagna il balzano disegno.

Aspetti tristemente grotteschi, balordi? Sì: tanti e forti. Questa azione tesa a dividere le nostre terre prealpine e lacustri, a separare il Lago di Como da Como, riporta, almeno nei miei ricordi, alla conferenza di Yalta, a Stalin (e proprio qui sta il lato tragicomico della vicenda attuale) che cercava a tutti i costi di tracciare confini da lui voluti nel tentativo di indebolire le zone appannaggio delle altre forze vincitrici. Creare problemi nelle aree altrui era quindi come collocare una testa di ponte per l’avanzata del Comunismo. Nel nostro caso per fortuna non siamo a tanto orrore, ma solo a un potenziamento della “rivale” Varese.

Berlino è l’esempio più grande di confini tracciati senza tener contro della volontà dei popoli. Ho fatto il militare nel Friuli, sulle colline del Collio pochi anni dopo la guerra e ben conosco disagi, drammi, pure qualche tragedia della gente di Gorizia tagliata in due, da una linea di confine anacronistica, ancorché provvisoria, ma durata molti anni. Ricordo la gente di Gorizia che al bar ci raccontava di contadini che si ritrovavano con la casa in territorio italiano e la stalla con i campi nella terra di Tito. Per le pratiche zootecniche e agricole dovevano andare fino a Lubiana. Un paesetto fu diviso in due. Dalla parte italiana restarono le vie con i negozi. Dall’altra il primo emporio, quasi sempre spoglio, era a chilometri di distanza. Una domenica della primavera del 1947, oltre mille donne della parte slovena si radunarono contro la rete di confine. La sfondarono. Le guardie chiusero un occhio. Le donne arrivarono così a comperare generi alimentari e suppellettili in Italia. Quella fu chiamata la “Domenica delle scope”, perché finalmente le massaie poterono trovare le scope che piacevano loro. Vi appesero le borse piene e le misero in spalla sfilando verso il confine. Guido Piovene scrisse allora che i confini, le separazioni forzate non possono distruggere le “antiche consuetudini” delle etnie. Cosa c’entra Gorizia con Como? Se il nostro bel lago verrà diviso in due o in tre, non sarà certamente una tragedia apocalittica, ma un brutto disastro sicuramente sì.

Togliere il suo lago a Como è come tagliare i capelli a Sansone. L’assurdo sarà che se dovesse crollare il tempio (sperèm propri de nò) i Filistei la scamperanno. Perché questi saranno lontani dalle rovine. La divisione del lago toglie a Como quel ruolo di capitale che la storia gli ha assegnato collocando qui monumenti di grande importanza, ponendola al centro di avvenimenti grandiosi e di movimenti artistici unici al mondo (tutte “cosette” che altri, per parlar chiaro Varese, non possono nemmeno lontanamente vantare). C’è poi da pensare anche alle genti di Argegno, Porlezza. Menaggio, di altre contrade in “antica consuetudine” con Como, che saranno costrette a collegarsi con la lontana Sondrio? Il parallelo con le donne goriziane che avevano bisogno delle scope quindi non è poi così assurdo.

Forse sarà importante regalare a quelli del Pirellone qualche libro di storia, anche recente. Speriamo lo leggano.

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