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Pronta a pagare per poter lavorare. La crisi fa emergere anche questi paradossi del mercato del lavoro. «E se pagassi per lavorare? Magari se dicessi che potrei lavorare gratis per un periodo, oppure rinunciassi a un pezzo del mio eventuale stipendio o offrissi una cifra per lavorare qualcuno forse mi ascolterebbe. E così si accorgerebbe della persona seria e onesta e capace che sono».
Questa è la provocazione lanciata da Manuela Vertemati, una ragazza di 27 anni, abita a Como, alla fine di una tormentata e vana - oltre che disperata - ricerca di un lavoro. E che non può né vuole arrendersi. Manuela è disoccupata da più di un anno e mezzo. E per una nuova occupazione le ha letteralmente tentate tutte. Dopo il diploma nel 2002 come tecnico dei servizi sociali al Pessina di Como, «nel 2003 ho trovato lavoro in un'agenzia di pratiche automobilistiche - racconta Manuela -. Ho fatto due anni con contratto di formazione, poi sono stata regolarmente assunta con contratto a tempo indeterminato. Ma a fine settembre 2008, quando il lavoro è diminuito, sono stata licenziata. Da allora non ho più trovato nessun impiego».
E così investe in altri titoli da aggiungere nel suo curriculum: riusce ad ottenere l'abilitazione per la professione di consulente automobilistico, e segue un corso di studi votato ai servizi sociali, e ha comunque esperienza come impiegata. «Potrei aprire una mia agenzia di pratiche automobilistiche - spiega - ma ovviamente dovrei prima guadagnarmeli i soldi che poi investirei in una mia attività». E quindi via ai colloqui, alle telefonate, agli annunci sui quotidiani. Ma niente. O meglio, niente di serio.
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