Nell’onta nazionale

il Tavecchio che è in noi

Quando il feldmaresciallo Tavecchio, mentre sul lago calavano le prime ombre della sera, è stato intercettato su un camion a Dongo travestito da soldato svedese, abbiamo capito che anche questo melodramma nazionale era destinato a rivelarsi la solita pagliacciata.

Nulla ci è stato risparmiato, dopo la clamorosa eliminazione dai mondiali. Nulla davvero. Tutta la fluorescente gamma degli stereotipi che costituiscono la polpa, il sangue e, soprattutto, il destino di un paese sottosviluppato come il nostro è stata squadernata sul palcoscenico del cupio dissolvi italiota che tutto comprende, tutto annichilisce e tutto annienta tra piagnistei e furori iconoclasti.

Primo atto, lo sbalordimento collettivo. E occhi sbarrati e maschere sfigurate e pianti e lacrime e strepiti e alti lai e padri di famiglia allo sbando nella notte e femmine scarmigliate a seno scoperto e donnine vessate da un destino maligno come comare Maruzza e il suo cesto di lupini e vedove inconsolabili e nonne imbiancate che tirano la pasta al casolare mentre un rigo di pianto segna loro il volto antico e pugnali conficcati nel petto e autodafé lanceolati. E poi i bimbi, signora mia, i bimbi. Chi lo dirà ai nostri bimbi? Chi consolerà i nostri bimbi? Che ne sarà dei nostri bimbi, così raggirati e umiliati e offesi e sfregiati nei loro sogni puri come gigli? Come faranno a dimenticare la disperazione del Grande Portiere al pensiero del dolore arrecato ai bimbi d’Italia in lacrime? Ah i bimbi, i bimbi, caro lei…

Poi, piano piano, l’ira funesta del popolo bue, vessato e oltraggiato dai poteri forti anche nel più sacro dei valori - la Nazionale - ha iniziato a montare inesorabilmente alla ricerca del colpevole, del reo, del traditore, dell’infame, dell’uomo da niente capace di superare in ignominia i reduci dello scandalo del dentista coreano, insomma, di un Badoglio, un Cadorna, uno Sciaboletta su cui riversare il furore del terzo Stato in armi, che se lo sommergi di tasse e gli rifili bus e treni da terzo mondo chissenefrega, tanto a noi basta il mare, il sole, il baffo nero e il mandolino, ma se gli tocchi gli azzurri del calcio partono le peggio purghe staliniane. E dagli a Tavecchio e attacca su per i piedi Ventura e prendi al lazo Malagò e basta con questo baraccone ed è un calcio malato e spariamo agli stranieri e basta negri e qui non si curano i vivai e dove sono i saggi allenatori di una volta e qui ci vuole un Bernardini, un Mago, un Paròn, un Petisso Pesaola, e questi hanno troppi soldi e bella la vita mentre c’è gente che non arriva alla fine del mese e quando torna a casa i figli gridano “pane! pane!” e bla bla bla. Si sono sentite cose, in questa settimana, dall’ultima delle fiaschetterie ai più nobili consessi universitari, che sembravano uscite da un cinepanettone dei Vanzina o da un film di Verdone: ci fossero stati Bombolo, Alvaro Vitali e Mario Brega il quadro sarebbe stato perfetto.

Ma come sempre, il sale nella zuppa, la ciliegina sulla torta è stato fornito dalla meravigliosa categoria dei giornalisti, che anche stavolta ha dato prova luminosa di come competenza, coerenza, assenza di retorica, vittimismo e luogocomunismo - e di conoscenza dei congiuntivi - siano parte integrante della professione. Ragazzi, che spettacolo. Tutti in fila a catoneggiare, a sdottoreggiare, a trombonare. E io l’avevo detto e io lo sapevo e tutti noi dell’ambiente avevamo capito da mo’ che andava tutto a schifìo e qui non c’è serietà e i presidenti fifoni e i procuratori papponi e i dirigenti margnaffoni e i calciatori vigliacconi e il movimento non funziona e non contiamo niente nel Palazzo, ah quando c’era Franchi, ah quando c’era Allodi, ah quando c’era Moggi e come si fa a mettere in Federcalcio un sarchiapone come Tavecchio e come si fa a dare la panchina a uno strabollito come Ventura e qui ci vuole Mourinho, ci vuole Guardiola, ci vuole Vittorio Pozzo, con saluto romano annesso.

E che toni, che piglio, che occhi di bragia, che fustigatori degli italici costumi, loro, ammiratori del calcio nordico serio, coeso e proteso verso la sportività, la lealtà, la sobrietà, la salubrità dei conti, mica come il cinese del Milan, che a Pechino non lo conosce nessuno, o l’americano della Roma, che pare uscito da un casting dei Soprano.

Una sceneggiata alla Mario Merola, soprattutto se pensi che questi sono gli stessi che non più di qualche settimana fa dipingevano il campionato italiano come il meglio del meglio, che ululavano nei microfoni e ci appioppavano pure un’ora di dibattito su un pirotecnico 0-0 tra Crotone e Benevento, che squadernavano al mondo intero le prelibatezze tecniche e tattiche delle nostre squadre - che, infatti, con l’eccezione solitaria juventina (al netto della sindrome da finale), appena mettono il naso fuori dalla porta di casa prendono sganassoni e calci rovesciati pure dai bulgari -, che dipingevano i derby tra Inter e Milan, da cinque anni squadre da barzelletta, come una riedizione di Italia-Germania 4-3, che pontificavano sulla meravigliosa nidiata di virgulti azzurrini e che, soprattutto, dicevano che nella Juve di oggi Cristiano Ronaldo finirebbe in panchina. Perché pure questo - pure questo! - è stato scritto dai nostri cervelloni.

Non c’è niente da fare. La dimensione tragica non ci appartiene. Resiste qualche ora, qualche giorno al massimo e poi inizia inesorabilmente a trascolorare nel grottesco. E nell’immobilismo affaristico e clientelare.

Perché alla fine non cambierà niente nella palude del calcio e dello sport - e della politica - italiani. Niente di niente. La verità è che ce li meritiamo i Tavecchio, i Ventura, i Malagò e tutti i milioni di quaquaraquà, capoccioni, scienziati e analisti del ridicolo circo pallonaro. Perché loro sono noi e noi siamo loro. Guardiamoci mentre sbaviamo davanti alla tv con tanto di frittatona di cipolle anelando un rigorino fasullo o un autogol al novantaseiesimo. Non siamo tutti così? Altro che sport. Je suis Tavecchio. E voi?

d.minonzio@laprovincia.it

@Diegominonzio

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