Lunedì 20 maggio 2013

Editoria in crisi, ma non si taglia la democrazia

Da un anno a questa parte diversi quotidiani hanno chiuso e sono tanti i giornali che navigano in pessime acque. È il frutto dell'azione politica del governo Monti: diminuendo i fondi per l'editoria, sopprime così l'espressione del pensiero politico che è stata la base della democrazia in Italia.

Roberto Colombo

Ci sono ancora molte testate (che fanno riferimento a cooperative di giornalisti, associazioni partitiche, enti morali e religiosi) alle quali va il sostegno dello Stato. Complessivamente un bouquet che manda in edicola il dieci per cento delle copie quotidiane. È poco, è tanto? Mah. Di sicuro si può dire che: 1) Grillo esagera quando mette al vertice della sua gerarchia di cose da far subito l'abolizione di queste sovvenzioni. Parliamo, nell'insieme, d'una cifra inferiore ai centocinquanta milioni d'euro l'anno. Ed è una cifra destinata a una causa positiva (permettere d'esprimere il proprio pensiero a chi non avrebbe i soldi per farlo); 2) non si può denunziare l'abolizione della democrazia se il restante novanta per cento delle copie diffuse ne fa un ampio, differenziato, contrapposto uso. Va aggiunto che quando un giornale chiude, non sempre la colpa è dello strangolamento economico nonostante la qualità del prodotto. Talvolta è semplicemente della modestia della proposta editoriale messa sul mercato. Anche nei momenti di crisi (tanto più nei momenti di crisi) i giornali fatti bene vendono, premiati dai lettori. C'è più selezione, giusto a causa delle ristrettezze che impongono una scelta. Obiettivamente: anche i giornalisti hanno qualche colpa, a fronte delle numerose dei politici.

Max Lodi

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