Giovedì 03 febbraio 2011

La sfida di una madre
tra gli ostacoli della vita

di Giulia Parini

Doveva essere un'intervista di un'ora a Daniela Rossi, autrice di un libro di successo in cui racconta di Andrea, suo figlio. Invece a quel tavolino del bar di fronte ad un caffè due donne la giornalista che doveva fare domande e la scrittrice che doveva rispondere si sono perse in una conversazione durata quasi tre ore sull'essenza della maternità. Un confronto tra due madri, due esperienze, uno scambio di sensazioni e provare anche la consolazione di non essere proprio sole. Abbiamo in comune due figli nati nel 1994 e questo ha aperto il nostro cuore, devo dire che il cuore Daniela l'aveva già aperto scrivendo "Il mondo delle cose senza nome". Nel libro lei racconta la sua avventura di madre dal concepimento alla nascita di Andrea e poi la crescita di questo meraviglioso bambino, che vive per l'appunto in un mondo in cui il nome delle cose entra a fatica perchè è sordo. Proprio perchè il libro è abbastanza conosciuto e racconta la vita di Andrea sino ai suoi otto anni.

Ma adesso che adolescente è Andrea?


Daniela racconta che «Andrea va a scuola, fa la terza liceo scientifico, ha i suoi amici e ama molto studiare. La scuola è stata molto importante per lui, per la conquista della sua autonomia. Non ha mai avuto insegnanti di sostegno non ha avuto ausili particolari, è un ragazzo che ama il cinema. Sai - continua - il cinema è stato molto importante nella sua crescita è diventata una passione». Come non crederle, mia figlia Cecilia, ama il cinema ed anche per lei è stato fondamentale, ha imparato a parlare. Iniziamo a raccontare dei figli, e di noi come madri, ecco la domanda che vorrei  fare da sempre, Daniela è la persona giusta.

Daniela, nell'immaginario comune, la maternità è la realizzazione di una donna. Non ne sono convinta, la realizzazione la si ottiene alla fine di un percorso. Essere madri, invece, è un cammino, tortuoso. Cosa pensa?


Lo sguardo già mi risponde e le sue parole sono precise: «La maternità è davvero un percorso, o meglio un viaggio, che deve essere vissuto con tenacia. In cui ti metti in discussione sempre ma quando capisci  cosa è giusto per tuo figlio sei pronta a combattere. È un percorso educativo per entrambi, si affrontano ostacoli che paiono insormontabili. Ho affrontato la sordità di Andrea con paure e apparenti colpi di testa scegliendo percorsi che per altri erano incomprensibili. Quelle strade così difficili, con l'aiuto di Andrea, si sono rilevate giuste per lui ed anche per me». Daniela, continua: «Per essere capiti, bisogna sapere che la vita ti mette di fronte ad un bivio, da una parte vi è la tristezza e la sconfitta, dall'altra  la serenità e la positività. In poche parole nel gioco sociale è importante mostrare la verità del nostro essere in modo positivo».

Lei ha sempre insegnato a suo figlio Andrea che bisogna andare incontro agli altri, cosa significa?


Significa, che non ti devi aspettare che gli altri ti vengano incontro. Sei tu che devi renderti disponibile, che devi fare il primo passo. Per Andrea poi è importante, perché aiuta le altre persone a comprenderlo meglio e a conoscere il suo meraviglioso senso dell'umorismo, la sua sensibilità. Andrea, sa capire chi gli sta di fronte perché ne guarda con attenzione gli occhi e ascolta osservando anche le labbra, così non solo capisce le loro parole ma anche l'anima che quelle parole interpretano. Andrea è a volte è addirittura logorroico nulla gli sfugge.

Abbiamo due figli della stessa età, che vivono in questo mondo di adolescenti  abbandonati a se stessi, in cui le dipendenze la fanno da padrone. La cronaca ci regala racconti di notti all'insegna dell'alcol e di solitudini vissute in branco. Chi sono i genitori oggi?


Alcuni sono ragazzini invecchiati senza arrivare ad assumere in modo adulto la responsabilità d'amore di guidare e proteggere i figli. Se avvertono preoccupazione non hanno però idea di cosa dovrebbero fare o dire. Si accontentano di recitare una sorta di mantra: «gli adolescenti bevono e fumano tutti, se ne fregano di studiare, a casa non raccontano niente, non si sa dove vanno e non ci si può parlare». Come non si trattasse dei loro figli ma di alieni dalle motivazioni indecifrabili. Ai ragazzi resta l'illusione che ridere forte, avere addosso qualcosa che gli amici invidiano e ubriacarsi fino a vomitare siano indici di libertà o antidoti contro i momenti di vuoto inquietante e contro la rabbia per ricevere troppe domande distratte e poche risposte. Quello che a molti di loro farebbe bene è sentire una presenza intelligente, rispettosa e appassionata in grado di aiutarli a definire le proprie attitudini, a crescere trovando un senso invece di ridursi a sedici anni a portare il peso di una maschera.

v.fisogni

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