Biagio De Falco:
Una lettera ai figli
ed è nato un libro»

Il noto ristoratore comasco si è scoperto scrittore

Una vita piena, in cui ha spesso cambiato città, lavoro, amicizie e durante la quale ha dimostrato quanto la forza di volontà sia fondamentale per un uomo e per i sogni che vuole realizzare. In molti a Como conoscono Biagio De Falco come storico ristoratore e albergatore (de La Griglia e dell’Hotel Funicolare, ad esempio), come padre e marito, come amico; da qualche tempo lo si può anche scoprire nella veste di autore, poiché ha da poco pubblicato “Lettera ai miei figli”, edito da Albatros con prefazione di Barbara Alberti e Maria Felicia Alberti (in vendita online e presso Il Birrivico di Como). I suoi tre figli sono, appunto, i destinatari della storia che ha voluto ricordare e raccontare.

Biagio, da cosa è nata la voglia di mettere per iscritto i suoi ricordi?

Come dico all’inizio del libro, un giorno mio figlio Tonino mi chiese: “Mi ricordo del periodo in cui avevo cinque anni e tu quarantacinque, ma cosa hai fatto prima?” In quel momento ho deciso di raccontare la mia vita ai miei tre figli. Doveva essere qualcosa di limitato a poche persone, ma una nipote – che collabora con un circolo letterario di Pomigliano D’Arco – mi ha suggerito di trasformarlo da semplice manoscritto a libro, così da avere un ricordo.

Nel racconto lei parla delle sue origini, dei trasferimenti, dell’arrivo a Cernobbio e Como, delle tante attività che ha svolto e delle tante persone che ha incontrato. Molte sono – o erano – delle celebrità; ricorda qualcuno in particolare?

Tutti gli incontri mi hanno sempre arricchito e tanti mi sono stati vicino anche nei momenti in cui – sono sincero – temevo di non riuscire ad andare avanti; c’è anche chi mi ha concesso credito, fidandosi di me. Alcune sono state conoscenze casuali, ma importanti, altre hanno aperto la strada ad amicizie e rapporti più duraturi. Molti sono stati anche i personaggi che ho conosciuto, da Adriano Celentano a Umberto Smaila, da Enrico Maria Salerno a Fred Bongusto a Dori Ghezzi:allora giovanissima e non ancora famosa, venne a cena da me dopo una serata a Lugano. Carla Fracci e suo marito furono ospiti del mio ristorante in occasione di uno spettacolo al Teatro Sociale a cui lei doveva prendere parte: all’epoca il giovedì i giocatori di pallacanestro venivano sempre a cena da me dopo gli allenamenti e in quell’occasione era nata molta curiosità rispetto alla presenza della ballerina al ristorante.

Qual è il messaggio che vuole dare, con il suo racconto?

Sicuramente i destinatari sono anche i giovani: se penso soprattutto a coloro che frequentano le scuole professionali, secondo me è importante che loro comprendano i ruoli e le responsabilità e il lavoro che si troveranno ad affrontare. Se ce l’ho fatta io, che ho il titolo della licenza elementare, possono farcela anche loro che avranno studiato di più Di certo, però, dovranno essere pronti ai momenti di scoramento e di difficoltà. Se però avranno la reale passione per certi tipi di professione, anche le porte in faccia saranno un insegnamento e daranno coraggio. Penso anche alla situazione attuale: anche questa finirà; dopo la guerra avevamo tutto da ricostruire, ma abbiamo lavorato e, se penso alla mia esperienza, ogni rifiuto mi ha fortificato.

Nel suo libro si racconta anche uno spaccato di storia locale e italiana, di fatta. A livello lavorativo che cosa i ragazzi potrebbero imparare, leggendolo?

Consiglio a tutti i ragazzi di imparare bene il proprio mestiere e, per chi ha il sogno di diventare il titolare di un’attività propria, di essere pronto anche a conoscere tanto altro. Il successo si raggiunge facendo funzionare tutto il gruppo, i componenti del gruppo e dirigendo bene chi si ha davanti e le persone con cui si lavora. Io, ad esempio, mi conosco bene e so chi scegliere in modo da creare le relazioni giuste, anche in base al carattere e al tipo di locale e clientela.

La promozione del libro sta andando avanti e, non appena possibile, alcune presentazione verranno organizzate a Como e a Roma.

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