Confessioni di un critico   che ha vissuto
Vilhelm Hammershøi, “Interno con uomo che legge”, 1898

Confessioni di un critico

che ha vissuto

Si intitola “Colpevole di tutto” il nuovo romanzo firmato da Gian Paolo Serino: ecco uno stralcio, «Vorrei andare lontano, ma non come Robinson Crusoe. In un’isola deserta avrei troppa compagnia»

“Colpevole di tutto”: così si intitola il nuovo romanzo di Gian Paolo Serino che uscirà il prossimo settembre e di cui pubblichiamo uno stralcio in anteprima. Un libro che, come scrive l’autore, «è il romanzo più assurdo che potevo raccontare: la mia vita». Dopo il successo del suo debutto narrativo “Quando cadono le stelle”, racconta la vita del critico e scrittore. Una vita da (auto)critico che ci racconta della sua passione per i libri, per la musica, per la libertà non di stampa ma «dalla stampa»

* * *

Lui voleva parlare, ma non sapeva bene come fare per un discorso che avesse un senso. Cominciò a pensare che tanta gente era già venuta a trovarlo e che lui non aveva più bisogno della gente. Con l’immaginazione incominciò a inventarsi gente sua alla quale poter parlare e spiegare quelle cose che non aveva potuto spiegare alla gente viva e vera.

Un giorno Lei cominciò a venire a trovarlo, quando da tempo non entrava più nessuno in quella stanza piena di libri.

Ed ero io.

Solo alla mia scrivania

Io la consideravo in un certo modo. Lei veniva nella mia stanza piena di libri e si sedeva ed era troppo grande per quella stanza e sentivo che lei mandava via tutto il resto. Parlavamo di cose da niente ma io non potevo stare tranquillo. La volevo e poi non la volevo più. Una notte successe una cosa: io le spiegai come ero io e come mi sentivo grande in quella stanza piena di libri. Parlai e continuai a parlare e all’improvviso tutto crollò: vidi uno sguardo nei suoi occhi e capii che lei aveva capito. Magari aveva capito da sempre. Le dissi cose terribili, le urlai di andarsene e di non tornare mai più. Riempii la casa di strilli. Non volevo vederla più e sapevo che dopo certe cose che avevo detto non l’avrei più vista. Lei uscì dalla porta. E tutta la vita che era stata in quella stanza piena di libri uscì con lei. Ero nella mia stanza e c’era tanta gente ed io ero solo.

Solo alla mia scrivania. Se immediato è il batticuore, ossessivo, non meno preoccupante è stato il silenzio che ho subito giorni e giorni dietro la maschera dei lineamenti facciali, quando dietro e dentro me tutto scivolava via: equivoco e muto lasciandomi seduto su una poltrona a guardare il pavimento. Guardo fuori. Il mondo. Adesso cammina. Sembra diritto. Qui non c’era niente da rovinare se non il vuoto: il risultato è una società di vuoto rovinato. Il deserto sociale, morale e civile si è ridotto a meno del deserto. La piazza spiazzata via e l’individuo del fantastico arcobaleno ed io stesso ridotto a puro occhio di contemplazione di tanto splendore freddo: gli arsi di metallo abbagliante navigano per tutto il cielo, che è un enorme piano liquido, s’inclinano tutti insieme e ondeggiano in un silenzio abnorme.

Io non mi sospettavo cercandomi sempre, spesso mi sono perduto. Ho giocato a nascondino con il mio io di carta varcando soglie di musei e di libri. Non mi sono mancati i deserti sociali, ampi spazi di vita profusi sprecandoli tra sconosciuti. Mi rimangono solo le frasi e frammenti di ombre. Dimentico, così affiorano le immagini.

Scrivo parole fatte soltanto di istanti-adesso. So che le mie frasi sono primarie, scrivo con troppo amore nei loro confronti e questo amore compensa i difetti, ma troppo amore nuoce al lavoro. Ciò che scrivo è solo un culmine?

I miei giorni sono solo un culmine: io vivo sull’orlo.

Cerco il modo di riuscire a prendere la parola con le mani.

La parola è oggetto? Devo destituirmi per raggiungere la vita. Anche se scrivere mi offre soltanto la grande misura del silenzio.

Grammatica inutile

Era strano, ma adesso si sentiva solo in quello studio ricoperto di libri. Spesse volte aveva pensato che i libri gli parlassero ma adesso, per la prima volta, li trovava estranei. Come se tutte quelle storie che aveva vissuto leggendole non potessero più essergli d’aiuto. Come se tutte quelle parole che ogni tanto accarezzava gli fossero divenute estranee. Come se quella grammatica della vita non fosse servita a niente. Osservava i dorsi e non ne riconosceva gli autori, apriva le pagine e respirandole non ne riconosceva il profumo. Li ricordava, certo, li ricordava tutti. Ne dimenticava solo i finali, come fossero film e non vite strappate alla vita. Ma adesso erano le 6 del mattino e il lunedì comincia sempre la domenica pomeriggio.

Mi accorgo che non occorre essere una stanza per avere degli spettri. Gli spettri sono gli occhi di quello che abbiamo visto. Mi guardo allo specchio: a chi posso mentire? E a chi posso raccontare tutta la mia verità, tutta quella vita che prima di vivere ho voluto azzannare portandone i segni in tutto il mio corpo.

Traffico impossibile

Il traffico è impossibile. Lo sento. Come ogni mattina. La gente suona perché non sa parlare, cerca di guadagnare minuti al quarzo per timbrare la vita. Passiamo ore per accumulare punti al nostro stipendio da spendere poi in altri punti supermercati, surgelati, ospedalizzati. Donne, uomini, bebè a bordo, cani si guardano in giro dai finestrini cercando di non commettere infrazioni a quel codice stradale che le pecore hanno nel proprio dna. Le automobili mi infastidiscono. Mi infastidiscono i vetri. Sono i vetri che riparandoci ci fanno dimenticare la vita. I vetri delle finestre, gli schermi della tv, i led dei computer, i vetri delle macchine, delle vetrine, delle banche, delle porte. Viviamo tutto attraverso lo spessore del vetro. E’ il vetro la vera rivoluzione del nostro millennio. Tutto è filtrato. Tutto è lontano. Il vetro ci separa trasparente dalla realtà. Regalo al mondo il mio sguardo da flaneur immobile. I miei pensieri sono i miei occhi. Ho 45 anni e vorrei andare lontano, ma non come Robinson Crusoe. In un’isola deserta avrei troppa compagnia. Vorrei naufragare in un’isola piena di gente per sentirmi davvero solo. Sono ustionato come Niki Lauda, ma le mie cicatrici sono trasparenti.

“Colpevole di tutto”: così si intitola il nuovo romanzo di Gian Paolo Serino che uscirà il prossimo settembre e di cui pubblichiamo uno stralcio in anteprima. Un libro che, come scrive l’autore, «è il romanzo più assurdo che potevo raccontare: la mia vita». Dopo il successo del suo debutto narrativo “Quando cadono le stelle”, racconta la vita del critico e scrittore. Una vita da (auto)critico che ci racconta della sua passione per i libri, per la musica, per la libertà non di stampa ma «dalla stampa»

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