I rapper che insegnano

a non vergognarsi

I testi dei rapper, nuova letteratura?

Insegnano a non vergognarsi di se stessi. Di chi sei. Della tua famiglia. Del quartiere in cui vivi. Della scuola che frequenti. Della casa, dell’auto, dei vestiti e delle scarpe che (non) hai. Insegnano a non aver paura di niente. A non temere il giudizio degli altri. Per come ti comporti. Per come infrangi le regole. Per come ti rifiuti di omologarti all’ambiente.

Marracash, Sferaebbasta e Ghali sono l’ambiente. L’ambiente che piace ai ragazzi. Pieno di fumo, alcol, parolacce, in apparenza. Pieno di cuore e attaccamento alla famiglia se si ascoltano bene le loro canzoni. Marra ha 38 anni, è il «king del rap», il «signore dell’hip hop», il re. Ha un’abilità con le parole da Settimana Enigmistica, ha fatto otto cd uno più bello dell’altro e riempie i palazzetti. Gli altri due seguono a ruota.

Maghi con le parole

Sfera è al secondo cd. È stato invitato alla trasmissione di Rai Tre Petrarca perché è bravo. Ghali ha 62 milioni di visualizzazioni su YouTube per “Ninna Nanna” e 39 per “Happy Days”. Ha appena fatto il primo cd “Album” e ha passato l’estate in giro per locali come Sfera. Sono tre fari. Sono tre assi. Da piccoli non era così, da piccoli era tutto diverso, da piccoli era tutto buio. Erano tre scarti. Tre numeri uno considerati numeri zero. Per questo insegnano che puoi anche non essere “figlio di”. Se vali, arrivi lo stesso. «Per davvero», come una canzone di Sfera. Come loro, che avevano famiglie poverissime, a scuola andavano male e ora invece sono osannati. «Da niente a qualcosa senza dire grazie» (ancora Sfera). Come hanno fatto? Hanno studiato il sistema, l’hanno rifiutato. Hanno cambiato la regola, sono diventati il sistema (Marracash).

Voglia di vincere

La loro storia fa colpo. Perché è la storia di tutti. Sentirsi diversi. Sentirsi sbagliati. Anche quando hai la casa, le scarpe, gli abiti che tutti vorrebbero. Perché il successo non è scontato neanche quando hai i genitori che ti aprono tutte le porte e ti dicono: «Vai, fai, prendi quello che vuoi». Il senso di impotenza nel non riuscirci accomuna tutti. È che loro l’hanno usato, il disagio, il “peso” come canta Marra che si riferisce al fumo, ma va bene anche per le responsabilità. Il fumo è come l’aria, è dappertutto nelle loro canzoni. Ma è questo il punto. Giudicare questi ragazzi che «fanno le cose che è meglio non dire, fanno le cose che è meglio non fare» (Sfera). O ascoltare bene. Perché anche questo è un loro pregio, la sincerità. Non avevano niente da perdere, quindi non hanno nascosto niente delle loro vite.

Marracash nasce Fabio Rizzo, è figlio di migranti. I suoi arrivano a Milano dalla Sicilia, in casa parlano solo dialetto e lui si vergogna. Il papà fa il camionista e poi perde anche il lavoro. La mamma fa la bidella e le pulizie a casa di una compagna. Vivono in una casa senza bagno. Poi vengono sfrattati e vanno in un quartiere difficile, la Barona. Marra ricorda le medie, l’istituto tecnico, i delinquenti, «i pugni sul banco», «le bestemmie«, i motorini rubati, «ho trenta motorini neanche uno mio», «tratto il mio corpo come un motorino, come se non fosse mio». Ogni estate vanno «in Sicilia con la Uno diesel, un termos di caffè, sei valigie in tre».

Musica che dà dipendenza

Racconta tutto e crea dipendenza. Le sue canzoni sono come i capitoli di un libro, una chiama l’altra e devi leggerli tutti. Marra ha letto tutti i classici e si sente. Sembra un film di Scorsese. Non è solo musica. È che sei lì, con lui, e ti preoccupi pure per quello che fa «con i ragazzi dello zoo del Berlin tutti grassi, tutti fatti, tutti tatuati». È simpatico perfino quando dice che le ragazze sono facili, che le persone sono difficili (in altri termini entrambe le cose). Dice che è un genio, ma nessuno lo sa. È diventato famoso con “Badabum cha cha” e ha usato anche questo, il successo, per raccontare «questa vita da star», «da principe annoiato». «Finirai male», «dimmi qualcosa che non so», «mixare è bello, ogni mattina capelli lunghi nel mio lavello». Ancora la storia, ancora la dipendenza. Ascoltare Marra è come leggere la biografia di Fabio. Che avrà anche la faccia da marocchino - per la quale lo prendevano in giro, e dal quale è nato il nome d’arte - ma è bellissimo. E infatti ha la fila di modelle fuori dalla porta. «Sarebbe bello che ognuna lasciasse il segno», ma alla fine il segno lo lascia lui, che non ha mai voluto il posto fisso, come ha raccontato da Chiambretti, ma «un posto fisso nel cuore di tutti si».

Didino, una regola da imparare

C’è una canzone “Dididino” che è un manifesto per l’umanità. E ci sono ritornelli che entrano in testa e non escono più. («a tu per tu», «o Consuelo Consuelo»,«Ma noi no» e «Non è che»).

L’ultimo album, Santeria, l’ha fatto Gue Pequeno (che è bravissimo ma non è nato povero). E poi Gue ha coinvolto Sferaebbasta in “Gentleman” perché tra i rapper vanno di moda le partecipazioni. Sfera ha 24 anni, in realtà si chiama Gionata Boschetti viene da Cinisello Balsamo. Il papà è morto quando aveva 13 anni. È cresciuto con la mamma e la sorella. Pochi soldi, tanto affetto. È un (t)rapper un po’ strano, un po’ trash, che fuma spesso in diretta. Ma è anche un bravo ragazzo a suo agio a Radio Deejay come da Chiambretti. Quando ha cantato a Como ha fatto il pieno. Dal vivo è anche bello, mentre di solito, nelle foto, è un po’ singolare. Si spettina i capelli rossi, e fa uscire il fumo dalle griglie d’oro sui denti o tiene il foulard di Supreme steso in testa (come facevano i nonni nell’orto). Lo hanno criticato. Ha usato le critiche per fare musica. Il punto è che non gliene frega niente di quel che dice “laggente” (Marra) «perché con gli sforzi di una vita intera giro l’italia riempiendo i locali, mentre tutti parlano di Sfera», «perché a scuola prendevo sei, mo voglio un conto a 6 zeri». Perché «che noia, che barba, che cantilena, lo so che hanno già detto non canto bene, ma io ti ho già detto che non me ne frega». Sferaebbasta è arrivato perché è bravo. E nel cd di Pequeno si sente e ti fa venire voglia di comperare i suoi album. Come le serie su Netflix, che se hai perso le puntate, vuoi guardare i precedenti di questi «bravi ragazzi in brutti quartieri, certi non si sono mai mossi di qua, certi diventano star». Come lui, come Marra come Ghali.

Attaccati alle mamme

Ghali è tunisino. È altissimo, molto scenografico. E infatti Michael Jackson era il suo idolo. È stato intervistato anche da Saviano che gli ha fatto i complimenti perché canta i migranti. Lui era uno di quelli, «figlio di una bidella con papà in una cella». Lo trattavano male, aveva solo gli amici del suo giro e scriveva ai parchetti perché la sua casa era minuscola. Davanti a 10mila persone ha portato la mamma sul palco per abbracciarla e poi l’ha ringraziata su Instagram ricordando quando andavano insieme in prigione dal papà «eravamo sempre belli freschi e profumati. Poi tu e lui vi baciavate e io facevo finta di non guardarvi». «Una volta ho incontrato Gue Pequeno - racconta -. Gli ho detto guarda che un giorno io sarò lì con te». È arrivato lì. Sono arrivati lì. Si possono amare. Si possono odiare. Ma come dice Marra: «Non è che odiare me renderà migliore te».

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