Il Giorno della memoria e le storie “dal basso” che porta con sé: «Puntarono un fucile alla schiena di mio papà. Di qui il titolo del libro»

La lettura Mario Schiani e il fratello Paolo hanno scritto la storia del padre, una storia “dal basso” nel grande scacchiere della Storia. Un’occasione per riflettere sul senso del Giorno della memoria

Sono tante le storie che compongono la Storia, quella che poi approda sui banchi di scuola o tra le pagine dei libri. Ci sono le storie costruite negli uffici governativi, dettate dalle avanzate degli eserciti, determinate dai grandi fatti che segnano svolte da cui non si può più tornare indietro. E poi, invece, ci sono le storie delle persone comuni come quella di Natale Schiani, che i suoi figli, Mario e Paolo, hanno raccolto in un libro pubblicato nel 2021 per Dominioni Editore: “Il fucile dietro la schiena”.

«Il titolo del libro è dovuto al fatto che, a un certo punto, mio padre si è trovato a vivere questa situazione: un fucile puntato contro la schiena che lo costringeva a lavorare per i tedeschi, nei lager» spiega Mario Schiani, scrittore e giornalista di questo stesso giornale. Come spesso capita per i libri che nascono da storie famigliari, alla base de “Il fucile dietro la schiena” ci sono le lettere che Natale mandava alla famiglia, a Luino, sul lago Maggiore, durante i due anni trascorsi nei lager. Ufficiale da pochissimi giorni, il giovane Natale si trovò ad affrontare i rocamboleschi percorsi della Storia e a farvi fronte con l’unica cosa che potesse percepire ferma in un mondo in preda alla febbre bellica: sé stesso.

«Dopo l’8 settembre 1943 l’esercito italiano, che contava su circa un milione di giovani mobilitati, si trova senza direttive precise. Il comunicato di Badoglio è scarno: le forze armate italiane avrebbero dovuto astenersi da atti ostili contro gli anglo-americani e difendersi da attacchi che dovessero eventualmente venire dal fronte opposto». Ovvero i tedeschi, con cui Natale fino al giorno prima aveva combattuto, pur mal sopportandone il regime (come scoprirà poi, nel lager, era già infatti stato etichettato come antifascista).

Il lager, appunto. «I giovani soldati italiani vengono messi al lavoro nei campi perché la mobilitazione per la guerra ha svuotato le fabbriche tedesche della loro forza lavoro. Mio padre, in quanto ufficiale, poteva scegliere: arruolarsi nell’esercito tedesco o nella Repubblica Sociale. Ma si rifiutò di collaborare e così venne internato».

Un internamento estremamente doloroso, che trapela dai carteggi di Natale nonostante la censura applicata dai suoi aguzzini e quella auto imposta, per non sconvolgere eccessivamente la famiglia a casa. «È servito un lavoro attento da parte nostra: mio padre per tutelare chi legge le lettere non si stanca mai di dire che sta bene, però di tanto in tanto si ritrovano le paure e le preoccupazioni che aveva. Mi ha colpito molto che in due lettere ripeta la richiesta di perdono da parte dei suoi genitori: evidentemente questa richiesta era alla base di una sua condizione molto precaria. Pensava di non rivederli più».

I morsi del freddo, della fame e della paura sono ricostruiti da Mario e Paolo con cura, nelle pagine del libro. Così come ricostruita è anche l’amicizia di Natale con Luigi Colombo, compagno di scuola prima e di terribile prigionia poi, il cui figlio i fratelli Schiani hanno incontrato proprio grazie al progetto di stesura del libro. Ecco: incontrarsi, condividere, parlarne. Basta a spiegare il senso di raccontare, ancora e ancora, storie come questa? Scrivere libri, fare presentazioni, film, documentari, un Giorno della memoria come quello che sabato ancora celebreremo. Sono domande, queste, che ci si è posti innumerevoli volte e che forse cominciano davvero a somigliare a una litania che, a forza di ripetizioni, finisce per perdere di senso. Le risposte invece no, il senso lo mantengono e spesso vengono da chi è incappato, volente o nolente, in queste storie e si è accorto così di avere tra le mani un tesoro da non disperdere, ma nemmeno da lasciar dissipare tra le avide mani del tempo che passa e cancella. Sono storie che, per quanti dubbi o domande possiamo porci sulla loro attualità, parlano oggi e sempre di noi e quindi ci riguardano da vicino. Perlomeno chi, come Mario Schiani, le ha ascoltate e poi trascritte con umile attenzione la pensa così.

«Sono storie che ci appartengono perché le hanno vissute i nostri nonni, nel mio caso mio padre. I nostri cassetti sono pieni di ricordi di queste persone. Ecco perché scriverle, raccontarle. Non solo per far loro onore, ma anche per imparare qualcosa noi da loro della nostra storia, tra l’altro della nostra storia non tanto lontana, ma dell’altro ieri. Poi farlo ci consente di scrivere una storia dal basso, non quella dei grandi protagonisti delle guerre, ma dei Natale Schiani e dei Luigi Colombo che in questo scacchiere enorme lottavano per non rimanere travolti e non tradire sé stessi e i loro valori. Per non piegare la testa».

Per presentare questo libro Mario Schiani sarà giovedì 25 gennaio alle 20,45 allo Spazio Volta3 - La Biblioteca di Lurate Caccivio; venerdì 26 gennaio alle 21 alla Biblioteca di Lambrugo; sabato 27 gennaio alle 15,30 nel Salone Bustigo 2 di via Como 8 a Grandate.

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