La terra dopo di noi: regno del “cerviglio”

Lo scrittore britannico Dougal Dixon ha dedicato un libro agli animali del futuro. Dominerà la terraferma un coniglio dalle dimensione di un cervide, mentre nei mari trionferà il “vortex”, evoluzione del pinguino

Come tutte le idee geniali, quanto ha realizzato lo scrittore britannico Dougal Dixon negli anni Ottanta dello scorso secolo, ha in sé qualcosa che, a prima vista, sembra essere alla portata di chiunque. O, almeno, che lo è diventato da quando Charles Darwin nel 1859 pubblicò “L’origine delle specie”. Dato che il processo evolutivo è lo schema dentro a cui si muove la vita, perché guardare soltanto indietro fermandosi al nostro presente? Perché non azzardare il tentativo di immaginare che cosa ne sarà del vivente tra 50 milioni di anni? Quali organismi abiteranno il pianeta? E, anche, quale pianeta abiteranno?

È partendo da queste domande che Dixon, dopo essere stato un bambino appassionato di dinosauri in largo anticipo sulla loro scoperta mediatica, arrivò a scrivere “After Man” (ora riproposto in una affascinante edizione da Moscabianca), tenendo a battesimo la cosiddetta “biologia speculativa”. Il risultato è un libro che, applicando quanto la teoria dell’evoluzione ha definito, costruisce una “zoologia del futuro”, mettendoci di fronte ad una indubbia evidenza. Di che si tratta? Della nitida percezione di quanto la vita sia un succedersi di forme, un continuo transitare di anatomie, il cui primo obiettivo è trovare il modo più efficace per sopravvivere, adattandosi agli ambienti che, seppur più lentamente, sono anch’essi in costante moto. E, dentro questo perenne muoversi dall’inerte al vivente, l’esperienza umana, vista dalla profondità del tempo che verrà, è una delle tante modalità con cui una specie ha cercato di esistere. Una delle tante, non l’unica ma, certamente, se non la più alta ed ineffabile, perlomeno la più invasiva.

Attitudini sbagliate

Così Dixon, profilando forme e stili di vita dei discendenti delle specie attuali, fa qualcosa di più dell’esercizio brillante e divertente di guardare oltre l’orizzonte che ci circonda. Dixon manda in frantumi due nostre attitudini: innanzitutto l’idea di rappresentarci come il punto più alto raggiunto al termine di un percorso che dai balbettii delle origini giunge alla perfezione del presente e poi quella che tecnicamente viene definita la “miopia prognostica”, vale a dire la costitutiva incapacità di pensare a ciò che avverrà dopo di noi, fosse pure l’estinzione della nostra stessa specie.

Se ci sono due certezze in un lavoro costruito sul sottile filo delle sensate ipotesi è che nei territori del futuro di sapiens non ci sarà nemmeno l’ombra. E poi che la vita, come scriveva nelle “Operette morali” Leopardi, continuerà ad esistere anche senza di noi. Su un aspetto però Dixon non ha dubbi. L’ “Era dell’Uomo” ha stravolto il pianeta. Lo ha ferito duramente come mai era capitato e come forse non accadrà più, alterando ecosistemi, provocando estinzioni e danni irrimediabili.

Dopo l’uomo trascorreranno tempi difficili - strazianti ed interminabili snodi di “caos evolutivo” - per riordinare gli ecosistemi. Ma alla fine l’equilibrio verrà ristabilito. Ed è in quella ritrovata armonia di organismi animali e vegetali che Dixon colloca la rappresentazione delle specie che verranno.

Che cosa ci sarà allora in quei giorni senza l’uomo, quando la vita sul pianeta (ormai non più nostro) si avvicinerà alla metà della sua durata, inesorabilmente scandita dal ciclo vitale del sole? Le terre emerse avranno una forma diversa. Il movimento delle placche tettoniche avrà saldato l’Africa, l’Eurasia e il Nordamerica con l’Australia, mentre il Sudamerica galleggerà separato dalle terre settentrionali. Attorno all’equatore ci saranno superfici più ridotte di quelle odierne e nel complesso l’emisfero meridionale sarà perlopiù coperto dalle acque degli oceani. Ma se il profilo della terraferma potrebbe conservare qualcosa di familiare, così come sarebbe plausibile riconoscere ancora gran parte delle piante oggi presenti, non altrettanto sarebbe possibile con le forme animali.

Nessuno degli esseri viventi avrà l’opportunità di conservarsi identico. È anche vero però che di molte specie potremmo riconoscere i tratti ancestrali. In effetti, spiega Dixon, l’insieme dei viventi del futuro proviene da quanto lo ha preceduto. Così se da un lato non avranno avuto scampo le specie domesticate, incapaci di sopravvivere senza i sapiens da cui dipendevano o con cui alcuni di loro - come il cane - avevano stretto un patto di collaborazione, dall’altro lato gli animali dominanti saranno la derivazione di quelli che prima avevano approfittato della nostra presenza e poi della nostra scomparsa. Sono loro che hanno messo in atto quelli che Stephen Jay Gould ha definito “exattamenti”: la loro morfologia deriverà da una delle caratteristiche che già possedevano e che sarà in grado di modificare la sua funzione per adattarsi ad un nuovo ruolo.

Così nelle aree temperate, là dove abbiamo abbattuto le foreste per far spazio a città e a terreni agricoli, dominerà un discendente diretto del coniglio, l’animale che l’uomo non è mai riuscito a sterminare. Dixon - che costruisce una spettacolare nomenclatura delle specie future - lo chiama “cerviglio”, un abile corridore, che, raggiunte le dimensioni di un cervide, si diffonderà in tutto il mondo. Mentre saranno quasi scomparsi i carnivori, specie altamente specializzate e dal ciclo vitale che non si spinge mai oltre i 6,5 milioni di anni. Al loro posto domineranno i roditori, in particolare i “falanx”, discendenti di quei ratti che, come i gabbiani, hanno a lungo prosperato tra i rifiuti creati dal crollo della civiltà umana. Di ragguardevoli dimensioni, con lunghe zampe adatte alla corsa, i “falanx” cacceranno in branco gli erbivori.

Nuova vita nelle foreste

Nel sottobosco troveremo altre presenze che lasceranno intravedere antiche parentele: il “testadone”, discendente del riccio; la “talpa zannuta”, dotata di due enormi zanne e una coda a forma di pagaia; il “rospo querciforme”, che sul dorso reca una propaggine carnosa identica a una foglia di quercia. Sugli alberi delle zone temperate abiterà il “cirito”, con zampe posteriori possenti, dotate di artigli dalla presa vigorosa, che, come l’antenato scoiattolo, costruirà tane nelle cavità dei tronchi.

Tra gli animali più tenaci nel mantenersi fedeli alla propria forma, ci sarà il “pipistrello ronzone”, che svilupperà il sistema di ecolocalizzazione nella parte anteriore del muso e sarà diventato completamente cieco. Nell’area delle foreste di conifere, che l’umanità aveva compromesso con l’agricoltura e la silvicoltura, tra i mammiferi brucatori sarà presente il “testacorno”, discendente dell’antilope africana.

Chi invece popolerà la tundra sarà originario delle zone temperate, da dove si sarà allontanato a causa di una “feroce competizione territoriale”. È il caso del “gandimotto”, che, rispetto alla gazza, da cui discende, svilupperà un becco uncinato e ali appuntite. Nelle acque dell’oceano meridionale si troverà la più grande delle creature viventi, il “vortex”, che pur avendo occupato la nicchia ecologica delle balene, discende dal pinguino. Nelle aree desertiche, dove c’erano i dromedari, si inserirà il “saltatore del deserto”, un discendente dei roditori, che potrà raggiungere i tre metri di lunghezza e che concentrerà la massa grassa nella coda, riuscendo in tal modo ad acquisire quella stabilità necessaria per percorrere ogni giorno un centinaio di chilometri.

Riassumere i percorsi di “After man” è però decisamente impossibile. Rimane valida solo una strategia: leggere e abbandonarsi incantati davanti ai disegni, realizzati su bozzetti dello stesso Dixon.

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