“Eravamo in bianco e nero”:  «Il passato per capire la direzione»
Da destra Diego Minonzio, Gianfranco Colombo e Vittorio Colombo

“Eravamo in bianco e nero”:

«Il passato per capire la direzione»

Il volume del “La Provincia” è già un successo nelle edicole del Lecchese

«Abbiamo raccontato gli anni del cambiamento»

Seconda puntata del romanzo popolare. Dopo il successo enorme dell’anno passato, in edicola con il nostro giornale il volume “Eravamo in bianco e nero” (5,70 euro) che stavolta riparte dal 1950 per arrivare al ‘71.

A presentarlo, a Palazzo Falck, il direttore della Provincia, Diego Minonzio, il responsabile dell’edizione di Lecco, Vittorio Colombo, e l’autore, il giornalista Gianfranco Colombo.

Le immagini di come eravamo, noi lecchesi con le nostre facce ancora da contadini, vanno diritte al cuore di chi c’era e rappresentano un punto di riferimento per le nuove generazioni. Un’operazione di memoria collettiva importante soprattutto ora, come ha detto il direttore Minonzio, «quando si fa fatica a capire dove stiamo andando perché gli obiettivi cambiano con una velocità che lascia spaesati e sapere chi siamo è un aiuto ad ancorarsi per non imboccare strade sbagliate: se è chiara la radice, minore è il rischio di perdere la bussola».

In 180 pagine 150 fotografie cristallizzano momenti, drammi, storie, eventi di ventun anni di noi, della nostra città, dei nostri paesi, delle nostre montagne.

In copertina una panoramica scattata dal monumento ai Caduti, con il vigile a mani allacciate dietro la schiena che controlla il passeggio tranquillo dei lecchesi vestiti come nei film del neorealismo. Era il 1954. Stesso anno della prima foto che immortala gli “Alberi”, il ristorante di lago per eccellenza con l’Orestino.

«A noi piace coltivare il vizio della memoria - ha rimarcato Vittorio Colombo -. E le immagini dicono più delle parole nel raccontare un territorio in veloce trasformazione, quando i campi hanno lasciato spazio ai capannoni, quando si andava in fabbrica per il turno ma tornati dal lavoro si andava a coltivare la terra. Eravamo ancora metalmezzadri. Poi il boom, l’immigrazione dal Sud. Nei primi ’60 si andava in processione e in manifestazione per le prime garbatissime proteste tutti vestiti allo stesso modo: le donne con le gonnelline plissettate, gli uomini con la giacca della festa, le facce ingenue da oratorio di quando eravamo povera gente».

Ci saranno altre puntate. «Il nostro editore - ha sottolineato Minonzio- si preoccupa non solo di fare il giornale, cuore dell’impresa, ma anche di produrre libri che coltivino il tema della memoria per mantenere forte e vivo il legame con il territorio».

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