«Generosità e amicizia  La nostra cura per Mattia»
La famiglia Jacchetti con alcuni degli amici che ogni giorno, tutte le settimane, aiutano Mattia (Foto by fotoservizio Andrea Butti)

«Generosità e amicizia

La nostra cura per Mattia»

A un anno è rimasto per 40 minuti in arresto cardiaco per colpa di una nocciolina. Ora lotta per ritrovare il sorriso

Coraggio. Lotta. Resilienza. Generosità. Gratitudine. Ascolti Stefania e Matteo parlare di Mattia, della sua e della loro storia, e questi cinque sostantivi prendono vita. E assumono un significato nuovo. Più sincero. Il loro racconto è un viaggio alle radici dell’amore. E della speranza.

Coraggio

Un viaggio che inizia, però, in un giorno che, potessero, cancellerebbero dal calendario. «Era il 2 aprile di tre anni fa - ricorda Matteo Jacchetti - Ci svegliamo come al solito. Saluto la mia famiglia ed esco di casa». Il resto della famiglia sono la compagna, Stefania Rotondo, e i tre figli: il primogenito Tommaso, che nel 2016 aveva 2 anni, e i gemellini Sofia e Mattia, di 1 anno. «Mattia gattonava in giro per casa. Non sappiamo come, ma ha trovato una nocciolina». In un istante la routine quotidiana fatta di pappe, giochi, nanne si frantuma. «Mi chiama Stefania e mi dice che Mattia non respira più. Torno subito a casa e Mattia è in arresto cardiaco». Mamma e papà seguono le indicazioni del 118 in attesa dell’arrivo del medico.

Matteo Jacchetti e Stefania Rotondo con i figli

Matteo Jacchetti e Stefania Rotondo con i figli
(Foto by Andrea Butti)

«Quando arriviamo in pronto soccorso è ancora in arresto cardiaco. Ci danno poche speranze. Poi, saranno passati 40 minuti, il cuore ricomincia a battere». Otto ore dopo l’arrivo al Sant’Anna, Mattia viene caricato sull’elisoccorso e trasportato all’ospedale di Bergamo in terapia intensiva. «Le ore diventavano giorni e i giorni settimane. Lui è sempre stato in coma, durante il ricovero. Anche se, nel frattempo, ha iniziato a respirare nuovamente da solo». Dopo tre settimane i medici «ci dicono che loro non possono più far nulla e ci propongono una casa per degenze a lungo termine per bambini cerebrolesi. Noi però non vogliamo arrenderci e decidiamo di provare con La Nostra Famiglia». A Bosisio Parini di promesse non ne fa nessuno: «Prendiamo Mattia e vediamo cosa possiamo fare, ci dicono. “Voi vivrete qui con lui”. Era il più piccolo di tutti». Il lavoro con gli specialisti inizia a dare i suoi frutti: «Dopo qualche giorno inizia ad aprire gli occhi». Dopo tre mesi di terapie, è ora di tornare a casa. «Fin lì eravamo arrivati. Ma ora era tempo di fare di più».

Lotta

«Quando vivi una situazione come la nostra - racconta Stefania - inizi a confrontarti con chi ci è già passato. Così conosco una mamma disagiata come me (e mentre parla trova finalmente la forza per sorridere). Mi dice che lei per suo figlio seguiva una terapia in un centro in provincia di Pisa gestito da americani. Allora ci informiamo». Il centro Doman si trova a Fauglia. Il metodo non è accettato dalla medicina tradizionale e nel mondo scientifico si è molto discusso sulla reale efficacia. Ma Stefania e Matteo decidono di provarci.

Papà Matteo con il piccolo Mattia durante gli “esercizi” di riabilitazione

Papà Matteo con il piccolo Mattia durante gli “esercizi” di riabilitazione
(Foto by Andrea Butti)

«Il concetto può sembrare banale - spiega Matteo - Il cervello è un muscolo e va costantemente stimolato perché possa crescere. Crescendo si spera di diminuire percentualmente la parte danneggiata e consentire così alle sinapsi di creare nuovi collegamenti». Mamma, papà e figlio partono per la Toscana. «Ci andiamo due volte all’anno, per una settimana ogni volta. Nel corso della quale noi impariamo quello che c’è da fare, per poi trasferire il lavoro a casa, ogni giorno». Il metodo è tutto tranne che economico: «Ogni volta sono novemila dollari».

Resilienza

Stefania e Matteo non hanno dubbi, però: «Di miglioramenti ne abbiamo visti, eccome» assicurano. «Mattia è uscito da Bergamo in coma. Oggi interagisce, fa piccoli movimenti su un piano inclinato, recentemente ha iniziato a ingerire un po’ di cibo, ci riconosce». Racconta Matteo: «Ieri sera sono passato, mi ha visto e si è messo a urlare perché voleva venire in braccio. Prima non faceva nulla di tutto ciò». I due genitori scoprono cosa sia la resilienza: «Il metodo ci ha dato nuovo entusiasmo. Ci hanno dato spiegazioni sull’evoluzione dei problemi cerebrali, ci hanno formati, ci seguono e condividiamo con loro ogni passo». La cura, per funzionare, ha però bisogno di essere praticata tutti i giorni, tutto il giorno, per tutto l’anno. E con il lavoro, gli impegni, gli altri figli da curare, il tempo diventa difficile da trovare.

Generosità

«Noi abbiamo volontari che vengono a casa nostra tutti i giorni» spiega Stefania. Spalancando la finestra su una realtà commovente: «Abbiamo una decina di amici che si alternano per far fare gli esercizi a Mattia. C’è chi viene al mattino, chi al pomeriggio, chi il lunedì, chi nel fine settimana». L’Amicizia, con l’A maiuscola. A casa c’è sempre qualcuno: «All’inizio eravamo così toccati da tanta generosità che finivamo per avere sempre qualcuno a pranzo e cena. Poi hanno e abbiamo capito che non potevamo andare avanti così. Ora vengono, fanno fare gli esercizi a Mattia e poi vanno. Ed è commovente». Un flusso di generosità che non si ferma neppure in vacanza: «Lo scorso anno abbiamo prenotato due appartamenti. Uno per noi, l’altro per gli amici che venivano ad aiutare Mattia».

Volontari, ma non solo. Perché per curare Mattia «c’è una tata la mattina, due fisioterapisti, un neurochirurgo che ha deciso di donarci l’ozonoterapia. E poi - spiega ancora Stefania - c’è mia mamma, che per Mattia ha lasciato il lavoro». Uno stipendio in meno in famiglia, costi in più. Perché a parte i 9mila dollari due volte l’anno per il centro Doman, ogni mese le cure per Mattia costano tra i 1.200 e i 1.400 euro. «Ad un certo punto abbiamo capito che non ce l’avremmo fatta. Anche perché l’Ats ci rimborsa solo una parte di quello che spendiamo. Così abbiamo pensato a una raccolta fondi via facebook». E la risposta è stata inattesa.

Gratitudine

«Abbiamo scoperto che c’è tanta, tantissima gente che ha voglia di fare del bene. E che non è vero che viviamo in un mondo cinico ed egoista». Amici, colleghi, conoscenti, ma anche perfetti sconosciuti iniziano a donare: «La scorsa settimana mi sono ritrovata una donazione con la scritta “battesimo di Giulia”. Una mamma aveva chiesto agli invitati di non fare regali, ma un’offerta per Mattia. Un’osteopata di Villaguardia ci ha offerto trattamenti gratis. E poi hanno iniziato a contattarci tantissime persone: “Ciao, sono Tizio… vorrei fare qualcosa per Mattia”. È meraviglioso. Io, ancora, a ogni donazione piango come una scema» ammette Stefania e, mentre lo dice, si commuove. «Tutti i soldi ricevuti li abbiamo messi su un libretto aperto per Mattia e su facebook (facebook.com/stefania.rotondo.12) pubblico tutte le ricevute delle spese che sosteniamo per lui» dice ancora.

Nonostante la generosità di tantissime persone, il problema economico resta: «Ora stiamo cercando di trovare una soluzione per dare continuità ai contributi per Mattia. Ovviamente nella speranza di poter dire quanto prima: grazie a tutti, ora non serve più “continuità”: Mattia è guarito» Speranza e resilianza: «Noi siamo convinti di essere sulla buona strada».

La raccolta fondi su facebook è chiusa, ma è comunque possibile aiutare Mattia con una donazione sul conto di Stefania Rotondo. L’iban è: IT28S0843051620000000301752

Per contattare mamma Stefania è possibile scrivere alla mail stefania_rotondo@yahoo.it


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