I veleni in Procura

Il Csm condanna l’ex pm

Censura e perdita di anzianità per Daniela Meliota, attuale sostituto pg a Milano. Non segnalò la propria incompatibilità nell’indagine sui sabotaggi alla Fondazione

I veleni in Procura Il Csm condanna l’ex pm
1 Un momento delle proteste inscenate dai sindacati di Ca’ d’Industria nel 2010, contro la decisione di affidare all’esterno della Fondazione il servizio mensa 2 Daniela Meliota, attuale sostituto procuratore generale alla corte d’Appello di Milano

La commissione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha condannato l’ex sostituto procuratore della Repubblica di Como Daniela Meliota - attualmente sostituto procuratore generale in Corte d’appello a Milano - alle sanzioni della censura e della perdita di tre mesi di anzianità, conseguenza di un esposto inoltrato allo stesso Csm dall’attuale procuratore Giacomo Bodero Maccabeo.

Il pronunciamento della commissione riporta al biennio 2009 / 2010 e ai mesi caldi della “celebre” indagine sui sabotaggi in Ca’ d’Industria, all’epoca delle proteste sindacali per l’assegnazione dell’appalto mensa. Daniela Meliota è stata giudicata “colpevole” con riguardo a tre circostanze.

La prima: omise di segnalare l’incompatibilità che, in seno al suo ufficio, le derivava dalla convivenza more uxorio con il brigadiere Michele Miccoli, aggregato dalla guardia di finanza, lo stesso sottufficiale che sarebbe stato poi condannato, per fatti inerenti la gestione di quella stessa indagine, a tre anni e 4 mesi per concussione, calunnia e falso (il processo d’appello è in programma il prossimo 17 settembre a Milano).

La seconda: sempre indagando su Ca’ d’Industria, il pm iscrisse sul registro degli indagati un dipendente della Fondazione, salvo poi querelarlo - assieme a Miccoli - per una presunta diffamazione, il tutto senza astenersi dall’indagine principale, che a quel punto avrebbe dovuto ritenersi viziata dal venir meno del ruolo di terzietà proprio del magistrato nell’esercizio delle sue funzioni.

La terza contestazione riguardava l’apertura di una indagine per violazione di segreto istruttorio nei confronti dell’allora comandante della Guardia di finanza Rodolfo Mecarelli. Il colonnello - diretto superiore del brigadiere Miccoli - fu accusato di avere rilevato alla stampa una circostanza, peraltro”innocua” ai fini dell’indagine.

Il pronunciamento del Csm chiude provvisoriamente (esiste pur sempre la possibilità di un ricorso) una lunga stagione di veleni, avviata a metà degli anni Duemila, all’epoca di un processo intentato dal pm Massimo Astori nei confronti dell’ex marito della collega, notaio poi condannato per falso

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