Ponte allo stremo  «Ecco perché crollò»
In un’aula super affollata, ieri è ripreso il processo (Foto Menegazzo)

Ponte allo stremo

«Ecco perché crollò»

Ieri in Tribunale ha parlato il professor Marco Di Prisco, consulente del pm

Quel giorno di ottobre del 2016 c’era stato un altro trasporto eccezionale

«Il ponte ha cercato di fare tutto quello che poteva finché ha potuto». È la frase d’esordio della lunga escussione del testimone chiave a riassumere quanto accaduto ieri in Tribunale a Lecco, alla nuova udienza per il crollo del ponte di Annone che, il 28 ottobre del 2016, è costato la vita all’ex insegnante di educazione fisica Claudio Bertini di Civate.

Era attesissima, la testimonianza del professor Marco Di Prisco, docente del Dipartimento di ingegneria strutturale del Politecnico di Milano, sede di Lecco. A lui, a poche ore dall’accaduto, il magistrato di turno, il compianto Nicola Preteroti, aveva affidato la consulenza sulla tragedia, una consulenza chiusa con una relazione di 77 pagine più gli allegati che – di fatto – costituisce l’impalcatura della pubblica accusa, sostenuta in aula dal sostituto procuratore Andrea Figoni che ha chiuso le indagini e chiesto il giudizio.

È stato proprio Figoni a porre a Di Prisco le domande-chiave: e le risposte non si sono fatte attendere. Per il docente universitario, la proprietà del cavalcavia sarebbe stata dalla Provincia di Lecco, una proprietà ereditata dalla Provincia di Como al momento di costituzione del nuovo ente territoriale, «anche se di fatto le manutenzioni sono state eseguite, nel tempo, da Anas, cosa che può aver alterato la percezione del concetto di proprietà.

Il passaggio del manufatto dalla Provincia ad Anas non si è mai concretizzato, in quanto era subordinato all’innalzamento della campata del ponte a 5 metri, come previsto dal Codice della strada per le arterie ad alto scorrimento come la statale 36. Cosa mai avvenuta, prima della tragedia almeno». Un cavalcavia che, per Di Prisco, sarebbe stato da considerare a tutti effetti come “ponte di secondo livello”, e quindi percorribile solo da mezzi di portata non superiore alle 44 tonnellate. Numeri ben lontani – insomma – dalle 107 tonnellate e mezzo dell’autoarticolato della Nicoli Trasporti di Albino (Bergamo) sotto il cui peso la campata piombò sulla sottostante statale 36. Peraltro, come è emerso per la prima volta ieri in aula, il passaggio del tir delle 17.20 non era stato l’unico, quel giorno, che si stava portando all’acciaieria verso la quale era diretto. Un altro trasporto – che per Di Prisco sarebbe stato pure, a tutti gli effetti, “eccezionale”, e quindi da effettuarsi con la scorta tecnica e il mezzo a viaggiare al centro del ponte, cosa che però non avvenne – si era già diretto all’azienda in mattinata, come risultato dalle bolle analizzate dal consulente della Procura. Inoltre, ha spiegato ancora Di Prisco, dai documenti reperiti in fase di indagine, in modo particolare il progetto del manufatto (dato per perso, in realtà era conservato negli archivi dell’Amministrazione provinciale di Lecco), «emerge un errore progettuale rispetto alla capacità di carico delle selle Gerber (le “mensole” dei pilastri sui quali appoggiava la campata del ponte, nda)». (Ampi servizi oggi sul quotidiano)


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