Martedì 01 Dicembre 2009

I giovani sfidano i padri imprenditori
"Pronti a rimetterci in gioco"

«Come una rana finita in un pentolone di acqua calda, sotto un fuoco lento, lentissimo. Talmente lento che la rana non se ne accorge nemmeno. E così non reagisce, resta ferma e alla fine finisce bollita». La provocazione è fin troppo chiara. Nell’acqua a fuoco lento ci è finita Como, un po’ tutti i protagonisti su cui appoggia l’intero sistema locale. E così sul tavolo - un piano in vetro, ideato e prodotto da un designer di alta qualità della tradizione canturina del mobile - quasi nessuno ha messo la questione delle tasse insostenibili, la burocrazia soffocante, e nemmeno il rapporto difficile con il mondo del credito. Le priorità avvertite dalle imprese sono ben altre. Oggi. È stato un crescendo di febbre, di allergia man mano che il dibattito metteva in evidenza i limiti, le criticità, le lacune, le insufficienze, la mancanza di riferimenti certi. E gli episodi di questi ultimi mesi, dal muro sul lago a come la vicenda è finita in consiglio comunale, dall’Università alla gestione del caso Ticosa, hanno portato sotto accusa è finito l’intero sistema della cosiddetta governance locale. L’impresa, la politica, le amministrazioni, le stesse associazioni rappresentative del mondo e dei protagonisti dell’economia, la stessa informazione locale. Tutti sotto i colpi di una vera e propria autocritica. Su quel tavolo però sono rimaste proposte, indicazioni da cui partire per modificare quella stessa governance che oggi dà la sensazione di soffocamento tanto impone immobilismo.

I primi germogli di una nuova classe dirigente che avanza. E con le idee chiare. Spinti anche dalla crisi, si sono parlati molto. Ma una sola un’indicazione è emersa chiara: va cambiata strategia sul territorio. La novità è che dietro ci sono i giovani imprenditori questa volta, trasversali a tutte le categorie professionali, dagli artigiani che spingono e guidano questo confronto, agli industriali, fino ai costruttori, ai commercianti, ai professionisti come ingegneri, architetti, avvocati, notai fino agli antiquari.

«E allora ci siamo chiesti: quanto siamo disponibili noi oggi a metterci in gioco per questa partita. Nessuno vuole delegittimare i vertici delle associazioni da cui veniamo - spiega Alessia Binda, 35 anni, imprenditrice edile -. Ma è il momento di pensare a quello che possiamo fare noi, giovani e imprenditori, non solo di fronte alla crisi. Ma per fare un passo in più, per far crescere questo nostro sistema territorio, in termini di sviluppo e di ricchezza». Nonostante qualcuno urli che «la crisi è passata» ai loro occhi dopo la pausa estiva e in quest’autunno del 2009 la ripresa si presenta ancora a tinte fosche. E aggiunge: «La crisi ci ha messo di fronte a problemi nuovi. Bene, crediamo vadano affrontati anche con strumenti nuovi». E allora ecco la prima indicazione: una governance nuova per il sistema locale. «Se abbiamo deciso di parlarci in questo modo, senza remore, pensando al nostro futuro. Se abbiamo capito che è fondamentale fare network, forse è perché finora i nostri vertici non sempre sono stati attenti a questo aspetto e ci hanno spinto a farlo». Vibra la prima critica: «Quando ti iscrivi ad un’associazione - lamenta Roberto Galli, erbese, titolare un’impresa artigiana di autotrasporto - si fa troppo presto a diventare "vecchio", a subire mentalità e cultura di quella struttura. E inevitabilmente sei tirato dentro in un gioco di equilibri e di bilancini che automaticamente ti stronca ogni iniziativa». E allora iniziano a risuonare nel dibattito almeno tre le parole, pronunciate più volte: selezione, partecipazione, comunione di obiettivi. «Già - sottolinea Laura Oppo, commerciante nel settore immobiliare - se c’è un fatto che è altrettanto trasversale a noi imprenditori sono proprio gli obiettivi. Il passo nuovo è superare le difficoltà che oggi frenano i rapporti fra imprenditori delle varie associazioni. Perché un’altra domanda occorre porsi: le nostre idee, i progetti innovativi che presentiamo e che guardano al futuro, oggi che fine fanno? Qual è il livello di accoglienza che trovano? Il territorio è pronto ad accogliere le sfide all’innovazione?». La risposta risuona quasi sempre in quell’«oggi», fatto di realtà negativa.

s.casiraghi

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