Mercoledì 04 Novembre 2009

Gonne, scarpe, pantaloni e golf:
sugli scaffali è il regno della Cina

Altro che made in Italy. Anzi è un vero e proprio addio, al prodotto italiano. Un maglione cardigan a 39,99 euro, un giubbetto da bambino a 30 euro, un poncho a 34,99 euro, un giaccone lungo da donna a meno di 80euro. Nove prodotti su dieci in vendita in un qualsiasi centro commerciale, nella maggior parte dei reparti di magazzini della grande distribuzione ma ad arrivare perfino nei negozi in centro, sono etichettati made in Cina. Dalla Cina non si scappa più. Anche perché i prezzi rispecchiano il paese d’origine di questi prodotti. A cominciare dall’abbigliamento, dai vestiti fino alle scarpe o sciarpe e cravatte: di italiano insomma, c’è ben poco. Ma, ancora peggio, basta farsi un giro fra gli scaffali di un qualsiasi centro per vedere che l’attacco al made in Italy non arriva solo da Pechino. Ecco appunto, poste sullo stesso ripiano, due felpe in cotone, una made in Bangladesh, l’altra made in Thailandia: 7 euro ciascuna. Si parte dall’Iperstanda, ma anche al Bennet e la situazione è pressoché la stessa: una tuta da sci per bambino in poliestere made in China a 17,90 euro, un berretto di fattura sempre cinese a 9,90 euro, un pigiama da uomo in cotone made in Sri Lanka a 19,90 euro, pantaloni da donna coordinati ad una felpa in cotone made in Bangladesh a 10,90, e poi c’é il pile made in Indonesia che costa 12 euro. Così come anche alla Coin: guanti in pelle made in Cina a meno di 30 euro, una stola in viscosa prodotta nei sobborghi di Pechino a 19,90 euro, un basco in tessuto acrilico a 21,90 euro. Tutto ciò accade nelle nostre cittadine. E avviene all’indomani dell’allarme lanciato dalla Uil di Como secondo cui ormai la produzione cinese si è trasferita e impiantata in modo stabile proprio nelle nostre zone. Spesso - è la denuncia del sindacato - al fianco delle nostre imprese e spesso lavorando nella più totale clandestinità e al di fuori da ogni norma di tutela delle leggi sul lavoro e sul fisco. È l’addio all’Italia anche come nazione che più si gloria dei propri prodotti, tanto da elevarli spesso a simboli dell’identità nazionale. Nella competizione commerciale internazionale, in modo particolare dagli anni Ottanta in poi, il made in Italy è sempre stato universalmente riconosciuto come categoria a sé, come un marchio distintivo, di fatto coincidente con la promessa di qualità, con la garanzia dell’eccellenza del prodotto. Questo vale, per lo meno, per gli orgogli della produzione all’italiana: dal grande mito automobilistico della Ferrari ai prodotti alimentari d’eccellenza del made in Italya come la Barilla fino ada rrivare al settore del tessile con griffe di punta come Versace o Valentino, per nominarne alcuni tra i più famosi. Eppure, per quanto riguarda l’abbigliamento, tra Milano capitale della moda e Como città della seta, s’infila il mercato asiatico che, capitanato dal colosso cinese, riesce a piazzare un gran numero di prodotti negli armadi degli italiani. E che non viene più prodotto qua in Italia, a scapito di occupazione e imprenditori. Il motivo non è certo un segreto: ciò che viene realizzato dai Paesi dell’Est arriva da noi con un prezzo d’acquisto che strizza l’occhio al portafogli, anche se, spesso, ciò viene permesso a spese della qualità sia della stessa stoffa utilizzata sia della cura dedicata alla rifinitura dei dettagli. Basta confrontare idealmente con gli importi conseguenti ad uno shopping made in Italy: una borsa da 85 euro trova il suo presunto omologo in una made in Cina da 19,99 euro, una sciarpa da 24,90 euro in una, sempre made in Cina, da meno di 13 euro, un gilet da bambino da 19,90 euro potrebbe essere sostituito da uno più economico, made in Thailandia, da 14,99. Ovviamente andrebbe considerato il target della clientela a cui ci si vuole rivolgere, alle possibilità economiche e il determinato tipo di abbigliamento in cui si sceglie di risparmiare, un esempio su tutti potrebbe essere il guardaroba destinato all’uso domestico. È tuttavia necessario ricordare che anche ciò che si fregia della dicitura "made in Italy" potrebbe appartenere a questa categoria solo grazie alla nazionalità del produttore, visto che l’aspetto prettamente manifatturiero del prodotto può essere curato ovunque. In fondo, in un mercato che è sempre più una sorta di gigante dagli occhi a mandorla a cui non resta che lasciare in palmo di mano il nostro made in Italy, è sempre una questione di scelte fra convenienza e qualità, quantità ed eccellenza.

s.casiraghi

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