Lombardia zona gialla  Ma per i ristoranti  la crisi non è finita
ALBAVILLA Lo chef comasco Mauro Elli

Lombardia zona gialla

Ma per i ristoranti

la crisi non è finita

Da domenica in vigore le nuove regole con il via libera a bar e ristorazione fino alle 18. Elli (Fipe): «Il 35-40% delle attività resterà chiuso»

Si diventa zona gialla, da domenica 13 dicembre. L’annuncio del presidente della Regione Attilio Fontana offre un sorriso solo a metà al mondo della ristorazione. Perché comunque poter lavorare fino alle 18 è una grossa limitazione e poi c’è il Natale, che dovrebbe prevedere nei locali solo persone del Comune dove sono situati. Infatti, dal primo sondaggio il 40% delle attività in questo settore potrebbe anche decidere di non riaprire.

L’annuncio

Fontana ha reso noto ieri pomeriggio: «Da domenica la Lombardia sarà ufficialmente zona gialla». Con il colore arancione avevano già ripreso a operare i negozi, ma restavano esclusi bar e ristoranti, se non con asporto o consegna a domicilio.

Adesso potranno riaprire anche i pubblici esercizi, ma solo fino alle 18. L’asporto potrà avvenire sempre fino alle 22, ora del coprifuoco, il domicilio senza limitazioni. Se questo poter accogliere i clienti solo a pranzo, crea parecchia preoccupazione, ancora più forte è quella che si avverte per il Natale. Se si lavora a Como o comunque in una località abbastanza abitata, si può valutare il da farsi, almeno si lavora e si dà un segnale pur con i fatturati in picchiata. Ma quando il ristorante è in un Comune di pochi abitanti, che convenienza ha? La proposta dei ristoratori è di andare oltre questo limite con la prenotazione: chi vuole pranzare in questa giornata di festa fuori dal paese in cui risiede, potrebbe mostrarla come autocertificazione. L’idea però non è stata raccolta, almeno per adesso.

«Già se non siamo aperti la sera – spiega Mauro Elli, vicepresidente di Fipe Confcommercio Como – il 35-40% di noi non riaprirà. I costi sono troppo alti, abbiamo messo mano ai nostri risparmi. E poi ancora una volta non si è fatto niente per risolvere la questione, il timore è che sarà come in estate, poi apriranno le scuole, i mezzi pubblici saranno pieni, arriverà la terza ondata e noi chiuderemo un’altra volta».

Il danno economico è appesantito da questo finire sempre nel mirino, «perché non ci considerano essenziali, e questo dà fastidio». Anche il delivery non ha potuto salvare un granché.

Poi lo sguardo corre oltre confine con il paragone che subito rende tutto più amaro: «In Svizzera, con la situazione che hanno loro, c’è anche il self service che funziona, perché tutto è tracciato. Come lo sarebbe anche da noi». Nei ristoranti, si sono sempre adottate misure scrupolose di prevenzione.

Gli ostacoli

Il futuro potrebbe vedere delle insegne spegnersi? «Siamo tutti stressati, adesso ripeto molti non riapriranno se rimangono queste condizioni – ribadisce Elli – Poi vedremo cosa accade. Il rischio è sì, che a gennaio qualcuno si chieda se continuare a soffrire così. Non siamo industrie con margini esponenziali, ma artigiani».

E i ristori? La metà circa sta arrivando, altri non hanno ancora visto un euro, spiega il vicepresidente di Fipe: «E non dimentichiamo che dovevano essere ricevuti entro il 15 novembre».

Oltre all’incertezza generale per l’epidemia e la “salute” anche economica, pesa proprio questo: «Noi chiediamo che ci dicano la verità, o altrimenti non ci illudano. Se non crediamo più a niente».


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