Martedì 12 Luglio 2011

La lenta discesa
è peggio di un tonfo

Ci si fa male cascando d'un botto, ma pure il lento scivolare causa danno. In giorni in cui gli occhi sono tutti orientati al bersaglio grosso (la crisi dei mercati, il crollo della borsa, i salassi della manovra finanziaria) in pochi si rendono conto che il pericolo viene da lontano ed è assai più subdolo, poiché consiste nell'essere pian piano spolpati di tutto.
Non ci riferiamo al portafoglio, che già piange di suo, bensì ai servizi di cui godiamo. Al pari del benessere o della salute, li apprezziamo sul serio soltanto quando vengono a mancare, scompaiono.
Pensiamo ai trasporti pubblici, agli aumenti contenuti ma costanti dei biglietti e, peggio ancora, alla limitazione delle corse, ai tagli che di fatto trasformano una presenza costante di autobus e treni in un fatto sporadico. Oppure ai ticket sanitari, che da meccanismo virtuoso per evitare lo spreco si sono trasformati in tassa, balzello.
O ancora alle spese che famiglie e studenti devono sostenere per frequentare la scuola pubblica, dell'obbligo. Un peso che aumenta con lo scorrere del tempo, più pesante degli zaini stracolmi che sulle spalle i giovani studenti portano. Se per iscrivere un figlio alle superiori bisogna versare pronti via un bonifico da centocinquanta euro e almeno il doppio se ne vanno in libri e materiale didattico, il diritto allo studio si trasforma in rovescio, con buona pace delle belle parole sulle pari opportunità tra ricco e povero. Per tacer delle rette delle mense o quelle degli asili nido, che in certi casi sono tanto alte da indurre la mamma ha lasciare il lavoro, piuttosto che dover lasciare in dote uno stipendio senza neppure sapere come venga educato il bambino.
Abbiamo fatto tre esempi, l'elenco è sterminato. Siamo talmente assuefatti all'erosione, che - quando non sono pessime - persino le brutte notizie fanno tirare un sospiro di sollievo. Prendiamo il caso odierno, la riduzione degli orari degli sportelli postali nei mesi estivi. Abituati a interi quartieri o paesi che per tutto luglio e agosto non ricevono lettere e pacchi (beh, a dire il vero qualche pacco sì, forse più d'uno), celebriamo come una vittoria la chiusura degli uffici limitata al pomeriggio. «La situazione non è peggiorativa rispetto all'anno passato» sentenzia soddisfatto il sindacalista. C'è da capirlo, fino a poco tempo fa doveva fare i conti con il terremoto della privatizzazione, che per un postale dev'esser stato come per i pirati trovarsi davanti alla nave Obelix, il gallo.
Cosa volete che sia una mezza giornata in meno di apertura ai clienti? Altro che scandalo: per il dipendente un sospiro di sollievo. Siamo noi, semmai, i cittadini a dover ingoiare il rospo senza fare un plissé, quasi ci provassimo gusto. Lo stesso vale per gli uffici pubblici, che in barba all'aggettivo che portano in dote, badano più all'interesse privato loro e meno al nostro. Un tempo - in stanze che abbiamo sempre immaginato polverose, in cui per apporre un timbro si rifletteva un giorno interno e attorno al protocollo gravitava l'universo - almeno esisteva il vincolo del servizio, che non doveva essere interrotto, cascasse il mondo. Il mondo è cascato, ma soltanto per permettere a qualcuno di andarsene a Rimini o Riccione, lasciando appeso alla porta dell'ufficio il cartello: "Torno". E neanche subito.

Giorgio Bardaglio

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