Venerdì 07 Ottobre 2011

Dagli ideali ai gadget
La triste fine dei partiti

 Chissà come si sentiranno gli uomini del Pdl dopo che il loro capo e inventore, Silvio “a tempo perso premier” Berlusconi, ha proposto in un momento di lucidità il nuovo nome del partito, perfettamente in linea con il suo pensiero ricorrente.
Se dal lato femminile il ventilato “Forza Gnocca” esemplifica immediatamente la linea politica perseguita dal leader, da quello maschile rende un'immagine di cucina povera e artefatta, di un piatto del giovedì colloso e sciapo, pieno di fecola ideologica.
Dopo che il primo ministro si è preso tutte le libertà sbandierate nel blasone dell'attuale partito, con i suoi alfieri ribattezzati nel migliore dei casi “libertini” – un passo in avanti dopo i “forzisti” e i “forzaitalioti” della stampa di sinistra – sorge spontanea una domanda: come chiamare i maschi della gnocca. Gnocchetti? Gnoccoloni? Con quest'ultimo termine difficile da associare, per esempio, all'immagine di Tremonti o di Alfano, per non parlar di Bondi che come gnocco potrebbe essere al massimo fritto.
Lasciamo al “Male” di Vauro e Vincino, tornato proprio oggi in edicola, ogni possibile variazione sul tema, e notiamo come ormai il nome di un partito sia diventato come quello di un detersivo o di un'automobile, soggetto a continue e fantasiose variazioni a seconda degli umori dei segretari (o dei padri-padroni come il Berlusca) e alle leggi del mercato.
Se si pensa che il Partito comunista d'Italia di Gramsci ci mise ventidue anni per diventare “italiano”, una rivoluzione epocale per i partiti mammuth di una volta, soggetti a riunioni bibliche dei comitati centrali soltanto per decidere di cambiare i vetri alle finestre, fa impressione vedere i suoi nipoti diventare Pds, Ds e Pd senza colpo ferire, con la sola preoccupazione di una bella grafica e di un simbolo che buchi il video e le coscienze.
Sotto il vestito niente, viene da pensare vedendo i partiti di oggi morire e rinascere come arabe fenici, ogni volta tirati un po' più a lucido, con lifting al contenitore ma non al contenuto, belle scatole come quelle di pomodori pelati o di biscotti, da propagandare con spottoni televisivi o con la sola icona del leader - come succede per i “grillini” del comico Beppe o i “dipietristi” dell'ex accusatore di Mani pulite - che agisce nel marketing allo stesso modo delle pale del mulino bianco.
Un tempo i simboli dei partiti e i loro nomi erano come le maglie delle squadre di calcio, guai a dare una sistematina alle righe, alle maniche o al collo, l'Inter aveva le strisce larghe e il Milan strette e la Juventus buonanima non si metteva in pigiama come adesso.
Dietro il Pci ci stava Berlinguer con un puro distillato di ideologia marxista come Rivera dettava legge a centrocampo, la Dc era Aldo Moro con le convergenze parallele tentate da Mariolino Corso in punizione, Malagodi era il prototipo del borghese liberale come Nenni quello del socialista di piazza.
All'ombra del nome del partito (o della squadra), insomma, crescevano alberi vigorosi, nutriti da un pensiero forte e da un termine rottamato in fretta e furia dai partiti bonbon di oggi: ideale. Dei partiti di allora rimane l'anima, di quelli odierni i nostri nipoti collezioneranno al massimo qualche gadget, come si fa con i puffi o con gli Swatch.
Mario Chiodetti

Mario Chiodetti

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