Al Berlusconi liberale serve il gioco di squadra

Può darsi che abbia ragione Bersani, giudicandola "merce usata venduta come nuova", ma non c'è dubbio che quella esibita da Berlusconi ai partners europei, in risposta a una sorta di diktat che aveva suscitato non poche preoccupazioni, era una merce che fino alla vigilia molti erano pronti a scommettere che sarebbe stata rifiutata con una smorfia. I più, anzi, erano certi che il Cavaliere e il suo alleato leghista non sarebbero riusciti a mettersi d'accordo nemmeno sulla lunghezza del nastro e sul colore della carta nella quale impacchettare le misure promesse.
Le cose sono andate diversamente, e il presidente del Consiglio può a ragione aggiungere anche questa alle tante occasioni in cui era stato dato per defunto, almeno politicamente, e invece è stato in grado di levarsi in piedi e di mettersi a camminare come un novello Lazzaro. Che equivalga ad essersi gettati alle spalle tutti i problemi e a poter guardare al futuro con ragionevole tranquillità è tuttavia difficile poterlo sostenere. Anche a prescindere, per il momento, dal contenuto della famosa lettera, quello che è certo è che in essa vengono elencati nero su bianco e con tanto di scadenze temporali una serie di adempimenti ai quali sarà necessario fare fronte. Non si tratta di impegni da poco (la reazione furibonda dei sindacati, al di là della ritualità, contraddice clamorosamente il giudizio di Bersani) ma soprattutto, benché si sia lontani da elementi significativi di quella sorta di "rivoluzione liberale" che qualcuno ha voluto vedere, sono di sicuro obiettivi che in questo Paese sono conseguibili soltanto da un governo e una maggioranza in buona, anzi ottima, salute. Non è un caso che queste "pillole" di liberismo siano rimaste per anni all'ordine del giorno senza la possibilità di concretizzarsi. Ora, quello stesso presidente del Consiglio che in più d'una occasione si è lamentato di non aver realizzato questo o quel progetto perché nella sua maggioranza qualcuno si opponeva, ritiene di poterlo garantire.
In realtà, in questo momento e in queste condizioni, nessuno è in grado di poter garantire ragionevolmente nulla. Il governo sopravvive di giorno in giorno. All'elaborazione di queste misure economiche di eccezionale importanza sembra che il ministro dell'Economia Tremonti non abbia contribuito in nulla, scomparendo addirittura misteriosamente dalla scena. Il principale alleato del Cavaliere, Bossi, non fa che bofonchiare di coltelli tenuti per il manico, di spine da staccare e - un giorno sì e uno no - parla di governo al capolinea e di elezioni. Nello stesso partito di Berlusconi, ci sono i frondisti di Scajola e ci sono coloro che, paralizzati dal terrore di non essere ricandidati, sono pronti a tutto per non farsi sfilare la poltrona di sotto.
Nel frattempo, in Parlamento è sempre più frequente vedere l'esecutivo nell'incapacità di condurre in porto provvedimenti anche di spessore infinitamente più limitato di quelli di cui si parla. Per raddrizzare la barca ed evitare che il mare in tempesta di un'economia che mette a rischio ogni galleggiamento la mandi a fondo occorrerebbe, dunque, un deciso colpo di timone e soprattutto la volontà dell'intero equipaggio di mettersi a remare finalmente nella stessa direzione, riponendo nei foderi i coltellacci che fino ad ora sono stati tenuti alla mano. Impossibile? No, se si crede nei miracoli.

Antonio Marino

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