Martedì 08 Novembre 2011

L'inutile battaglia
del premier licenziato

Non si sta in paradiso a dispetto dei santi. E nemmeno al governo. Men che meno si continuano a gestire le massime responsabilità operative di un Paese ormai piombato in un gorgo di problemi che fa pensare al gorgo fangoso delle acque che in questi giorni devastano ampie zone della Penisola.
È questo il motivo per cui le voci diffusesi ieri, dopo l'annuncio di Giuliano Ferrara, direttore de "Il Foglio", che dava per certe le imminenti dimissioni di Silvio Berlusconi, sono state ritenute credibili e la smentita, prima di Cicchitto e poi dello stesso Cavaliere, è stata accolta con un misto di stupore e di incredulità. Al più si è pensato a una dilazione, l'ultima, necessaria per presentarsi davanti alle Camere e chiederne la fiducia, ottenendo l'approvazione della legge di stabilità e del relativo maxiemendamento destinato a recepire gli impegni assunti con l'Europa, estremo atto prima di un'uscita di scena anche troppo rimandata.
Che questo governo abbia ormai esaurito ogni capacità di affrontare con un minimo di speranza di successo i gravissimi problemi che l'Italia ha di fronte appare ormai evidente. Non soltanto a un'opinione pubblica bombardata quotidianamente da notizie devastanti, o a un'opposizione che da mesi suona sempre la stessa musica, ma perfino - ormai - ad alcuni dei più sicuri fra gli alleati e i "fedelissimi" di Berlusconi. Non serve turarsi le orecchie per non sentire le parole del ministro dell'Interno, Maroni, che in televisione parla di una maggioranza che "non c'è più" e della necessità di andare alle urne, non serve cercare di non vedere i malumori crescenti di personaggi come Pisanu, o i distinguo sempre più netti di Formigoni, o le fughe sempre più frequenti, ultima quella della Carlucci che bussa alla porta dell'Udc. E, soprattutto, non serve cercare di convincersi che in Parlamento sarà possibile continuare a contare su una maggioranza faticosamente, quasi miracolosamente, raggranellata ogni volta con sforzi titanici. Ci si  potrà riuscire ancora una volta, ancora due, ma questo non basterà a mettere l'esecutivo in condizioni di governare davvero.
"Dopo di me il diluvio" non è, da parte del presidente del Consiglio, una risposta convincente a questi fatti. Certo, niente può garantire che il tanto richiesto "passo indietro" del Cavaliere coincida miracolosamente con la soluzione di tutti i problemi, come sembrano pensare coloro che sono ansiosi di prenderne il posto. Tuttavia minacciare il diluvio non ha senso, visto che siamo già tutti con l'acqua alla gola.
Anche se è improprio e pericoloso trarre indicazioni politiche dall'andamento di una Borsa ormai preda della speculazione più sfrenata e più irragionevole, va pure presa in considerazione in qualche misura l'isteria manifestatasi ieri. Tenendo conto anche di quanto ha dichiarato il taciturno Letta a proposito del mantenimento, in ogni caso e con qualunque eventuale cambio di governo, degli impegni assunti in sede europea.
Se tutto ciò è vero, prolungare quello che è diventato con tutta evidenza un lento strangolamento non può più avere molto senso. Date le circostanze, quello di Berlusconi non potrà essere un tramonto circonfuso di luci dorate, ma, nei suoi panni, molti preferirebbero un'uscita di scena dignitosa - che sarebbe sempre possibile giustificare con "il bene del Paese" -  piuttosto che un allontanamento dal governo traumatico e forzato, che di dignitoso avrebbe ben poco.
Antonio Marino

Antonio Marino

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