Mercoledì 18 Gennaio 2012

Al telefono nell'Italia
del naufragio

Chi avesse voglia di sfogliare un dizionario etimologico, ovvero quel gran librone che riporta l'origine storica di ogni vocabolo, scoprirebbe l'esistenza di una stretta relazione tra la parola "rischio" e la parola "scoglio".
Una precisa rotta tracciata tra lingue antiche, dal latino medioevale allo spagnolo, conduce un termine nelle braccia dell'altro: lo scoglio, per le navi, è il pericolo basilare, quello più antico e immutabile, il rischio fatto roccia; allo stesso modo, il rischio può facilmente essere visualizzato come uno scoglio interposto sul tracciato della vita. La nostra tecnica di navigazione nell'esistenza può essere allora cauta o avventurosa, ponderata o imprudente: comunque sia, tutti corriamo rischi e tutti possiamo andare a sbattere contro uno scoglio. Fa parte del gioco, se vogliamo. Per meglio dire, è il lato tragico del gioco.
Anche per questo, scoperta la sotterranea relazione lessicale, è difficile non considerare la tragedia della Costa Concordia qualcosa in più di un fattaccio di cronaca. C'è chi ha parlato di allegoria: la grande nave distesa in agonia su un fianco sarebbe l'Italia, gloriosa imbarcazione di lusso impantanata in un acquitrino, condotta nelle secche da una leadership incapace.
Forse l'allegoria regge, forse no. Molto più forte e lampante ci è parsa la rispondenza tra la telefonata del comandante Francesco Schettino con la capitaneria di porto di Livorno - la cui traccia audio è stata diffusa ieri in Rete - e un'attuale, ma allo stesso tempo antichissima, disputa tra le anime del nostro Paese. Dissolto il senso di ridicolo e di orrore insieme, si emerge dall'ascolto con la precisa sensazione che il concitato colloquio condensi perfettamente, come in un'abile pièce teatrale, il conflitto irrisolto tra due Italie: una che disperatamente tenta di rimettersi in carreggiata, capace di indignazione e di lucidità, di accogliere le responsabilità e di far tesoro della vita umana, e l'altra che si affanna invece per tirare avanti: raccatta scuse («È ormai buio…»), imbastisce maldestre bugie («Abbiamo abbandonato la nave. Anzi no») e balbetta fumose giustificazioni («Sto cercando di spiegarle…»). Uno spettacolo sonoro di fradicia ignavia e di scivolosa codardia che tante volte, purtroppo, abbiamo udito: negli uffici pubblici, nelle banche, nelle scuole, nelle aziende, nei Consigli comunali, in Parlamento e, supremo altare di ogni vittimismo, nello stadio di calcio.
Impossibile, allora, non fare il tifo per Gregorio De Falco, l'ufficiale della capitaneria, quando, al colmo della rabbia, investe il suo anguillesco interlocutore: «Torni a bordo, comandante! Perché lei si sarà salvato la vita ma io le faccio passare l'anima dei guai». Oggi, è ancora più indispensabile sostenere questa Italia della ragione e del dovere contro quella della moina e del pretesto, ed è fondamentale sperare che alla fine prevalga.
Non c'è da giurarci, però: l'arte molle della menzogna e la scaltrezza viscida della viltà vantano una tradizione millenaria, tanto da essere considerate, con indulgenza, parte del carattere nazionale. E mentre noi trasformiamo Schettino nell'ennesima, innocua mascherina italica, la nave procede dritta verso la catastrofica durezza del rischio.
Mario Schiani

Mario Schiani

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