Venerdì 20 Gennaio 2012

La riforma liberale
non sia timida

Liberalizzazioni: alla fine, si è deciso di partire. Ma nessuno pensi che il varo del decreto approvato ieri in consiglio dei ministri possa risolvere in un batter d'occhio questioni tanto annose. Nella migliore delle ipotesi, si è compiuto un primo passo.
Il provvedimento contiene qualche positiva novità. In particolare, è molto opportuna la volontà di realizzare una separazione societaria tra Snam rete gas ed Eni, avvicinando la prospettiva di un mercato dell'energia più competitivo. Ugualmente condivisibile è l'eliminazione dei minimi tariffari per le libere professioni. Ma in altri contesti ci si è mossi con troppa prudenza o, addirittura, nella direzione sbagliata.
Ci sarebbe voluto più coraggio, in particolare, in tema di trasporto ferroviario, dove è stata nuovamente rinviata la separazione tra Rfi e Trenitalia, entrambi eredi del monopolista pubblico. La società pubblica guidata da Mauro Moretti continua a bloccare l'emergere di nuovi competitori, come nel caso di Arenaways, e solo una vera indipendenza del gestore delle infrastrutture, che lo renda neutrale rispetto agli attori in gioco, può permettere ai consumatori di scegliere tra compagnie in concorrenza. Una diversa determinazione sarebbe opportuna pure di fronte alle corporazioni (farmacisti, avvocati, notai, tassisti, ecc.), che sembrano vicini a salvare i loro orticelli.
In qualche occasione, inoltre, il governo è andato proprio fuori strada. In particolare, un vero piano di liberalizzazioni non può prescindere dalla messa sul mercato dei pachidermi di Stato: basti pensare alle Poste. Eppure il premier Mario Monti continua a usare la solita formula dei "gioielli di Stato invendibili" per riferirsi a tali imprese, che invece dovrebbero servire ad attirare capitali stranieri e costrette a competere.
Ovviamente il problema principale dell'Italia non sono i tassisti e i loro ricatti. Ma è pur vero che la consueta arrendevolezza mostrata nei loro riguardi dalla classe politica (quella uscita dai partiti e quella uscita dagli apparati tecnocratici) la dice lunga. Così come non convincono quei nuovi divieti e vincoli che invece che liberalizzare si muovono verso un'ulteriore ingessatura di taluni settori. Si pensi all'obbligo per gli intermediari del settore assicurativo di proporre varie offerte ai propri clienti. Non sta al cliente, eventualmente, andare da chi gli prospetta più possibilità?
Le molte fragilità del decreto sono figlie di una cultura, quella italiana, che è ben poco liberale, ma molto dipende anche da una struttura di interessi organizzati che è assai più consolidata di quanto taluni non reputino. La società a due strati in cui viviamo (con i titolari di parafarmacie che sono penalizzati rispetto ai farmacisti ufficiali, con i piccoli trasportatori del noleggio con conducente che devono fronteggiare l'aggressività dei tassisti, e via dicendo) ha il convinto sostegno di molti, tanto che un largo spettro politico oggi rigetta la possibilità di aprire i mercati.
Forse, quello di ieri, è un passo nella direzione giusta. Ma il cammino per restituire ad ognuno una vera libertà d'iniziativa resta davvero molto lungo.
Carlo Lottieri

Carlo Lottieri

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