Sabato 28 Gennaio 2012

Vivere nei giorni
del sismografo

La paura è per chi non si può vedere, per chi non può dirci subito, con la sua presenza: sto bene, non ci sono problemi, è tutto passato. Qualche secondo dopo la scossa che, intorno alle 16 di ieri, di nuovo ci ha costretto a ballare sulle nostre certezze, era tutto un attaccarsi ai telefonini: «Hai sentito? Tutto a posto? Anche il bambino? Anche i gatti? E il canarino?»
È stato un discendere nella scala dell'allarme, un progressivo rilassamento nervoso e un concitato risalire nel buonumore: saputo che non si era rotto neppure un soprammobile - in qualche caso non sarebbe stato un gran danno, visti gli orrori in Capodimonte ricevuti per regalo a Natale - è tornata l'allegria. Anzi, l'allegria è spuntata dal nulla, sgorgata a sorpresa da un giorno arido, stimolata dal sollievo che, pur avendo avuto conferma di trascorrere l'esistenza a cavallo di un bufalo da rodeo, anche per questa volta l'avevamo scampata. Dire "per questa volta", ce ne rendiamo conto, non porta bene. Due scosse in tre giorni, però, fanno un indizio e se non bastano per una prova, quanto meno autorizzano a pensare che, senza arrivare ad accreditare le profezie dei Maya, bisognerà rassegnarsi a convivere con una suppletiva fonte di incertezza. I terremoti non sono una novità in questo Paese: sono una novità, però, per questa regione che molto raramente si era sentita tirare il tappeto sotto i piedi con questa frequenza. Da sempre eravamo abituati a correre in soccorso agli altri, con la generosità burbera che ci è propria: oggi - e lo diciamo evocando tutti i possibili scongiuri - con riluttanza dovremmo considerare la possibilità di ricoprire il ruolo delle vittime. Un cattivo presagio, si capisce, che tutti speriamo infondato. Ma anche una possibilità da non trascurare, per non rinunciare a quel poco che, in questi casi, è possibile fare.
Il dato di partenza è che i terremoti non si possono prevedere: non nell'intensità, non nell'epicentro, non nel calendario. Si può invece prevedere, e stimolare, l'insorgere di una cultura dell'emergenza. A Hong Kong, per esempio, ogni cittadino è abituato ad alzarsi al mattino e informarsi attraverso la tv o la radio se, quel giorno, sulla città è in corso un "allarme tifone". A seconda dell'intensità annunciata, saprà come comportarsi: andare al lavoro come in un giorno qualunque, starsene in casa, raggiungere un rifugio. Non possiamo copiare i cittadini di Hong Kong nella pratica - un tifone non è un terremoto - ma possiamo imitarne la mentalità: una costante preparazione all'imprevisto, un quotidiano allenamento all'inatteso, in modo che sia l'individuo sia la collettività assimilino il concetto che è necessario convivere con una remota, ma concreta, possibilità di pericolo. C'è moltissimo da fare, in questo senso. Gli amministratori possono pianificare il territorio con un occhio alle misure antisismiche, i responsabili delle scuole possono accertarsi che, nell'emergenza, le evacuazioni vengano effettuate in maniera corretta, le prefetture possono verificare che il meccanismo dei soccorsi non sia mai inceppato.
Preoccupazioni suggerite da un balletto pomeridiano sulla faglia irrequieta. Ma i terremoti, per quanto imprevedibili, hanno una bizzarra abitudine: prima di colpire dal profondo della terra, aspettano che gli uomini si siano addormentati.
Mario Schiani

Mario Schiani

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