Sabato 28 Gennaio 2012

Ca' d'Industria
Buon senso e follia

Sono tempi difficilissimi per la Fondazione Ca' d'Industria, alle prese con problemi molto seri di bilancio. Da qualche mese a questa parte le difficoltà maggiori derivano dal contratto per l'erogazione del servizio mensa, un servizio che fino a un paio d'anni fa veniva gestito dall'interno ma che il precedente consiglio di amministrazione, all'inizio del 2010, decise di appaltare a una società milanese.
È una vicenda di cui questo giornale si è occupato moltissimo, soprattutto per gli innumerevoli strascichi giudiziari, sindacali e politici, ma in questi giorni torna alla ribalta lo snodo principe della faccenda, e cioè propri il contratto capestro firmato con Fms, una società in parte riconducibile a un volto, quello dell'amministratore delegato William Fabbro, e in parte a una fiduciaria le cui tracce, fin dall'epoca della stipula del contratto, si perdevano in Lussemburgo.
Al di là del chi c'è dietro, interessavano, e interessano tuttora, i termini dell'accordo, un accordo in base al quale Ca' d'Industria è tenuta a pagare un numero fisso di pasti al giorno, a prescindere dall'effettivo numero degli ospiti.
L'attuale consiglio di amministrazione ha assunto, l'altra sera, una decisione importante, anche se difficilmente sostenibile in un eventuale giudizio. Si è stabilito di congelare il pagamento dei pasti in più, in altre parole di sospendere unilateralmente l'applicazione del contratto. È stato fermato il pagamento di una quota pari a 190mila euro, cioè l'"addition" del mese di ottobre.
Ora: è evidente che il presidente ha fatto due conti e ha stabilito che i diritti dei suoi ospiti e quelli del suo ente sono meglio tutelati in questo modo, anche se quasi sicuramente la legge gli darà torto, costringendolo prima o poi a chissà quale retromarcia se non, peggio, al pagamento di qualche sanzione. Si sta pensando anche di sciogliere il contratto, contestando il fatto che all'epoca il vecchio consiglio di amministrazione avrebbe dovuto pubblicare un bando di gara di rilevanza europea e seguire altre procedure, diverse da quelle che - è storia - condussero all'assegnazione di un appalto da una ventina di milioni di euro in dieci anni, nel volgere di appena cinque giorni.
È difficile dire se Frisoni e il resto del Cda, scegliendo di congelare le fatture, abbiano fatto bene o male. Gli accordi, in genere, si onorano ma in una situazione come quella di Ca' d'Industria è vero anche che sulla bilancia va messo il rischio di finire a gambe all'aria, con conseguenze inimmaginabili per il nostro tessuto sociale. In un sistema se non perfetto, quantomeno migliore del nostro, la situazione della Fondazione finirebbe di fronte a un tribunale, a un giudice che ascolterebbe le ragioni degli uni e degli altri e che alla fine deciderebbe per il meglio, in tempi certi e soprattutto brevi. Ma questa è l'Italia, e difficilmente un tribunale riuscirà a dirimere la questione in un lasso di tempo utile e funzionale alle necessità di entrambi i contendenti, Fms da una parte - che pretende il rispetto dei termini del contratto, per quanto discutibili - Ca' d'Industria dall'altro, che non potrà più continuare a pagare. La strada migliore, per tutti, è quella dell'accordo extragiudiziale. Pagare per pasti non consumati è una follia, destinata a trascinare la Fondazione in un baratro. Rivedere il contratto gioverà a tutti, in primis ai cuochi milanesi.
Stefano Ferrari

Stefano Ferrari

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